col1Storia di un inganno e altro. Una donna. Un uomo. La Francia. E una letteratura nazional popolare quando questo termine era ancora nella stratosfera del nulla lessicale. Sidonie Gabrielle Colette era poco più di una contadina borgognona quando si concesse in un fienile a un baffuto nobiluomo, o almeno uno che si spacciava per tale. Ma lei ne restò invaghita e lo sposò. Willy, spregiudicato agente letterario, fece la propria fortuna ai danni di quella ragazzotta alla quale rubò le parole. Le fece sue anche se sue non erano. E si mise in tasca fior di quattrini proprio quando stava per scivolare nell’abisso. Per la verità Willy fu sempre sull’orlo del baratro, perché anche la bella vita e le frivolezze hanno un prezzo. In quel caso specificamente monetario. Colette scriveva e Willy intascava. Ma ogni cuccagna ha una data di scadenza e la letteratura non fa eccezioni. Il matrimonio dei due sposi, così diversi e così lontani ma sempre così vicini, era destinato a incrinarsi e rompersi definitivamente proprio quando l’editore vendette i diritti delle opere di quell’autrice ormai acclamata al collega e concorrente che gli avesse meglio riempito le tasche. In un certo qual senso era un po’ come vendere lei. Un’operazione che forse era già avvenuta quando fu proprio Willy a spingere quella moglie troppo accondiscendente tra le braccia di un’altra donna per assaggiare un’omosessualità che si trasformava in bizzarra bisessualità. Perché la vita le faceva da musa e ciò che accadeva nei giorni si rifletteva negli scritti. In Claudine, alter ego un po’ fantasioso e un po’ realistico della protagonista passata dai campi alla stilografica. E successivamente in dollari nelle tasche dello sfruttatore intellettuale. Non era solo la statura morale a essere messa in discussione ma un mondo fatto di esperienze. Battiti animali. Voglie sperperate. Zucchero amarissimo e fiele di dolcezza.

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Colette di Wash Westmoreland, già regista di Still Alice in coppia con il marito Richard Glatzer, è un telaio in cui si annodano infinite storie. L’amore. La letteratura. La trasgressione. L’omosessualità. I ricatti. La pressione morale. All’ombra degli anni Dieci, in piena Belle Epoque, il ritratto di una Francia al tempo stesso un po’ viveur e un po’ moralista. Il grande affresco su una scrittrice francese, interpretata da Keira Knightley, in un cast tecnico e artistico coniugato all’anglosassone. Narrato con il rispetto del suo evolversi cronologico senza balzi in avanti o all’indietro, il film ricostruisce la temperie socio culturale in cui Colette è cresciuta e si è affermata fino al suo epilogo. Il divorzio da quel marito che aveva fatto di lei uno strumento nelle proprie mani e, dai tradimenti al profitto, l’aveva usata. Molte le scene con intento metaforico evidente. Willy spinge la moglie ad esperienze audaci per fornirle nuovi elementi che possano arricchire la sua fantasia e la sua creatività letteraria ma si rivelano anche il volano di un azzardo nei costumi che culminano con l’audacia sfrontata di un topless teatrale, valvola di sfogo di una liberazione decisamente in anticipo sui tempi. Il fascino di uno scalpore costruito quasi ad arte da un perfido approfittatore, travestito da marito poco devoto al cuore della moglie e molto deferente al denaro che la sua penna poteva donargli. Un profitto che allargava i confini del suo squallido comportamento al momento di rubare anche le parole a Colette, mai nata come scrittrice e sempre confinata in quel ruolo di semplice scribacchina perché la sua narrativa era firmata dal vile Willy.

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Anche il mondo costruito sugli inganni ha una sua fine e coincide con il frantumarsi di un’unione quando Colette finisce tra le braccia di un’altra donna dai pesanti connotati maschili che la conduce per mano sui sentieri dell’azzardo e della rottura di ogni regola. Una strategia che vale sia nell’imporsi all’opinione pubblica per il potere trasgressivo sia per la ribellione ai soprusi perpetrati da quel marito-padrone. Il film di Westmoreland, ben narrato e attentamente costruito con ambientazioni d’epoca e suggestioni evocate inizialmente dalla provincia, con la Borgogna di fine Ottocento che diede i natali a Colette per poi traslocare nella fantasmagorica Parigi del Moulin rouge, è il frutto di un lavoro lunghissimo durato una quindicina d’anni e sempre interrotto perché la sceneggiatura non era mai compiuta secondo i gusti dei loro autori. Il regista e il suo compagno, poi marito, Richard Glatzer vi hanno lavorato indefessamente ma solo quando quest’ultimo – piegato dalla Sla – era ormai immobilizzato, ha ricevuto l’impulso maggiore. Così Colette è diventata la prima opera firmata dal solo Westmoreland che l’ha dedicata all’altra metà del suo cuore gay. Condannato su un letto senza poter più muovere gli arti tranne i piedi, Glatzer ha dato il via libera all’opera ed è morto quindici giorni dopo. Non si avvale dunque il suo apporto realizzativo ma soltanto progettuale per quel lavoro iniziato ben prima del compimento di altri titoli, posteriori a livello di ideazione ma precedenti come confezione.

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