mar1Solo attraverso la sofferenza conosciamo la gioia

 

La fragilità della donna. Gli artifici “politici” degli uomini. I buchi neri dove scivolano tolleranza e liberalismo. L’odio interreligioso. Gli anni di regno di Maria Stuart sul trono di Scozia furono brevi ma vibranti. Tornata a casa nel 1561, dopo essere rimasta vedova del marito Francesco II la sovrana cerca vanamente di dar vita a un governo che sappia dare corpo davvero all’essenza pluralista. L’accettazione pacifica di fedi diverse in ogni declinazione. Cattolica, ma permissiva e di ampie vedute, forse dono della permanenza alla corte francese, Maria entrò nel mirino degli invidiosi e degli arrampicatori sociali, rendendosi invisa anche agli ambienti religiosi riformati e la sua parabola si concluse nel 1567. Il resto non fu vita ma qualcosa che le assomigliava pallidamente. Larga parte dei vent’anni che le restarono da vivere li trascorse nelle galere di Sua Maestà, prima di essere trascinata sul patibolo da nuove maldicenze che coniugavano a livello popolare l’odio dei mestapopoli nei confronti di quella regina controcorrente che il destino detestò prima ancora che gli uomini la infangassero. Una vicenda di reciproche invidie la legarono a Elisabetta, sovrana e parente, a sua volta divorata dal rancore verso quella cugina così ingombrante ma dall’indiscusso carisma. Non mancarono ambiguità, naturalmente. Condimento della vita politica in ogni secolo. Maria, regina di Scozia della regista teatrale Josie Rourke – nessun legame con il più noto Mickey – torna su un personaggio storico ingiustamente derubricato all’oblio e che in molti tratti può essere considerato una metafora attualissima.

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Il regno e la sua vita sofferta sono esemplificativi degli intrighi di due corti ma è nelle dinamiche politiche che si possono individuare i lati comuni con certi costumi dei nostri anni. La tolleranza resta ancor oggi un insegnamento inascoltato. Il pluralismo conserva acerrimi nemici e non riesce ad acquisire il rispetto e la correttezza tra le sue più solide fondamenta. L’insofferenza per un credo religioso diverso è l’anima corsara di un terrorismo, padre di crisi internazionali a tutte le latitudini e l’invidia è la cattiva consigliera che cementa instabilità. Un refolo della società cinquecentesca, insomma, arriva anche al terzo millennio e stupisce riconoscerlo sul grande schermo in riferimento a un personaggio vissuto cinque secoli prima. Maria Stuart (Saoirse Ronan vista anche recentemente in Chesil beach di ambito britannico contemporaneo) la bella sovrana che non ha problemi a trovare uno spasimante e può scegliere nel campionario. Elisabetta (Margot Robbie, protagonista dei diversissimi TonyaVi presento Christopher Robin) la brutta regina incapace a regalare una discendenza al trono inglese. Due donne fra le quali non corre buon sangue, ognuna delle quali ha ciò che manca all’altra. Maria ha l’avvenenza e il carisma, il figlio che garantirà la continuità della corona e in lui, per la prima volta, si assoceranno i regni di Inghilterra e Scozia. Elisabetta ha il potere derivatole da una discendenza che Maria mette in dubbio. La figlia di Enrico VIII e Anna Bolena è considerata un’usurpatrice, una Tudor, una che non avrebbe dovuto sedere su quel trono. Maria è una Stuart,  sua nonna era Margherita Tudor, sorella di quell’Enrico VIII, alla morte del quale successe l’erede maschio, Edoardo VI che, nei pochi anni di reggenza a causa del fisico debole, stabilì tra le eredi al trono proprio Maria Stuart, prima di Elisabetta. Questioni di religione. A succedere a Edoardo fu un’altra Mary, la sanguinaria. Profondamente cattolica come la Stuart. Ma alla sua morte subentrò Elisabetta, la “regina vergine”, l’ultima Tudor.

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Lo scontro, inizialmente smussato da un possibile accordo, divenne presto inevitabile. Due regni. Due religioni. Due famiglie, seppur imparentate. Josie Rourke pone in evidenza questa antinomia attraverso intrighi e amori. Le corti, covo di serpi, ci misero del loro. E quando Maria Stuart sposò lord Darnley si imparentò con un cugino – era nipote di Margherita Tudor, proprio come lei – che per di più, nelle vene, aveva sangue Stuart e Tudor. Elisabetta s’infuriò, ma l’uomo che non divenne mai re né principe consorte era destinato a essere una marionetta nelle mani dei cospiratori che lo spinsero a prendere parte a un omicidio di gruppo. La vittima era l’ascoltato segretario di Maria, un italiano, tale Davide Riccio, del quale si era ingelosita l’intera corte. Ma anche lord Darnley, era a sua volta un grimaldello. Da lui la regina voleva solo una discendenza. E gli negò tutto il resto. “Un minuto non fa di te un uomo. Mi hai donato un erede e due troni” gli disse lei autorevole. E sull’incendio alla casa di Kirk ‘O Field, dove Darnley fu trovato morto, mai si seppe se si trattò di un inganno del quale Maria era a conoscenza oppure se fosse stata una disgrazia. Il film registra la sciagura e il successivo matrimonio della regina prima di essere costretta ad abdicare. Le successe quel figlio avuto proditoriamente da lord Darnley che divenne al tempo stesso Giacomo VI di Scozia e Giacomo I d’Inghilterra e Scozia. Ma ben prima che ciò accadesse – era il 1603 – Maria era morta da un pezzo, uccisa su una forca dove avrebbe dovuto espiare la sua presunta cospirazione ai danni di Elisabetta. Josie Rourke confeziona un’opera precisa che in molti tratti rivela una messinscena molto vicina all’adattamento teatrale. Prevalgono le scene di interni e la maggior parte delle sequenze assomiglia da vicino a quadri recitativi degni di un palcoscenico. Maria, regina di Scozia è film storicamente attento anche nei dettagli di alcuni personaggi ma si discosta gravemente dalla storia nell’incontro fra le due donne – Maria ed Elisabetta – che non avvenne mai. Un omaggio alla teatralità che non poteva prescindere da quel faccia a faccia, totalmente inventato ma carico di tensione drammatica e drammaturgica. Diversi contorni per altre figure, tratteggiate in modo più conforme alla Storia. Come Giacomo Moray, il fratello di Maria Stuart che governa in sua assenza ma non disdegna di favorire la dissidenza. E in John Knox, il teologo riformato che collaborò con Calvino e organizzò la chiesa presbiteriana in Scozia, fomentando l’odio verso una regina ritenuta corrotta nei costumi e nella morale. Echi di accuse in chiave religiosa non proprio dissonanti da tanti dibattiti all’ordine del giorno d’oggi.

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