dou3Le parole non riescono a raccontare quello che gli occhi hanno visto.

 

 

Storia di un’attesa. Un’incertezza. Una speranza. E alla fine un addio. “Si ama sempre chi se ne va, è maledetto solo chi ritorna” scrisse Marguerite Duras anni dopo la seconda guerra mondiale. Negli occhi la memoria, nella mente le lacrime. Anche i vuoti parlano. Raccontano l’inutilità e scandagliano il timore. Lo scompongono. Lo frantumano in mille piccoli pezzettini di cuore. Lasciano che sia il coraggio a conquistare i giorni. A bruciarli nella ricerca. Quasi fosse una gara contro il tempo e il destino. Una scommessa con l’Onnipotente. Una sfida a se stessi. E la Duras quell’azzardo lo sconfisse ma finì con il persuadersi che è maledetto chi torna. Specchio perenne di un incanto sparito. Una delusione permanente. La sottolineatura sui sentimenti che cambiano. Si assottigliano. Si riducono al lumicino. E sorprendentemente spariscono. L’enigma del dolore è in questo scacco incomprensibile e forse inspiegabile. Ciò che si desidera e si sogna, ciò per cui si combatte strenuamente, ciò che risveglia forze sconosciute si dissolve in un istante non appena lo si ottiene. È il mistero del traguardo, gioia che si volatilizza nell’istante del raggiungimento.

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“Sia maledetto chi torna” è la sintesi estrema dell’esperienza bruciante vissuta dalla Duras durante la guerra e riassunta in un libro, ora diventato un film che tenta di mettere a fuoco l’origine e la dinamica della sofferenza. La douleur di Emmanuel Finkiel che rappresenterà la Francia agli Academy award – leggasi l’Oscar straniero – indaga proprio i reconditi meccanismi dell’angoscia in parallelo a una vicenda autobiografica della scrittrice. Il marito Robert Antelme, di origini ebree, fu vittima delle deportazioni dopo essere caduto in un’imboscata con la pattuglia di partigiani francesi, di cui faceva parte pure la Duras. Quest’ultima si salvò grazie all’intervento di Jacques Morland, nome di battaglia di Francois Mitterrand che, al termine del conflitto, si adoperò in prima persona per riportare in Francia Antelme, spossato e ammalato nella lunga detenzione a Dachau. Privo di forze necessarie per riprendere la via di casa, giaceva nel campo di concentramento e da lì fu organizzato il trasporto nella su abitazione. Fin qui la storia, che racconta pure di come la Duras e Antelme si fossero sposati nel ’39 e, solo tre anni più tardi, lei avesse già un amante. Il matrimonio si sciolse poi definitivamente nel ’46. L’anno precedente la coppia aveva fondato la casa editrice “La cité universelle” e, nonostante il fallimento della loro unione, continuarono a lavorare insieme.

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Il film glissa su molti dettagli preferendo puntare su altri aspetti. Al regista – francese anch’egli – poco interessa il legame dei protagonisti e pure il ruolo del futuro presidente della Repubblica Mitterrand, completamente assente dalla trama cinematografica. Il tema al centro dell’interesse è dunque l’attesa della scrittrice (interpretata da Mélanie Thierry, già incontrata in Io danzerò) che si prodiga per rintracciare il marito in mano ai nazisti e mantiene un fitto contatto con un collaborazionista che si offre di aiutarla ma tenta di carpire i segreti e le sue conoscenze sulle cellule partigiane francesi. Anche tra i resistenti ci sono contrasti. La maggior parte di loro la rimprovera, temendo che venga usata come esca per scoprire rifugi e progetti mentre qualcuno la incoraggia, convinto che sia il modo per venire a conoscenza dei piani nazisti. Al centro dell’attenzione restano però le sofferte e drammatiche ricostruzioni per scoprire dove fosse tenuto prigioniero Antelme e come riportarlo a casa. L’ipotesi della sua morte si accavalla a una speranza sempre coltivata ma soffocata nel dolore di un’attesa che non trova mai uno spiraglio. Gli sforzi di Marguerite si spiegano con un amore che non trova rispondenza nei fatti realmente accaduti. E quando finalmente l’uomo viene rintracciato e riportato a casa è la donna a rendersi conto di essere profondamente cambiata nei suoi confronti. La douleur è la storia di un dramma che muta pelle nel momento in cui trova finalmente una via d’uscita all’angoscia cieca. Il traguardo raggiunto è la nuda consapevolezza che un’altra tragedia nasce nell’istante in cui la prima sembra tramontata. Anche l’aspettativa di un sogno importante come ritrovare una persona cara dopo l’odissea nei campi di concentramento può costare un doppio dolore. Quello dei tentativi che all’apparenza s’infrangono contro muri invalicabili e quello di sorprendersi diversi una volta raggiunto l’epilogo felice in cui non si confidava più. Il film, lontano dalla storia e vicino a una psicologia romanzata, non è dunque un biopic ma un diario intimo del dolore in cui la stessa Parigi riveste il ruolo di una città dai mille volti. Nella sua apparenza festosa per la vittoria è la paradossale scenografia di un dolore che non trova un balsamo. Una cornice in cui la doppiezza della protagonista non riesce a farsi amare nemmeno da uno spettatore che fatica a immergersi nel dramma di Marguerite, ma ne vive una sofferenza distaccata benché pungente.

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