beale3Dobbiamo vivere come sappiamo per poter rendere liberi i nostri figli.

 

A Beale street, nel cuore di una New Orleans profonda, sono nati in tanti. Per lo più neri. Come Louis Armstrong e il jazz. È diventata un proverbio. Un paradigma. Un mito. Non a caso, quella che racconta Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins è una favola ambientata ad Harlem, periferia nera della Grande Mela. E non è un caso nemmeno se il titolo originale del film sia proprio If Beale street could talk. Tra favola e mito, insomma. Purché neri. Perché se c’è di mezzo Jenkins si può star certi che il tema principale è un certo razzismo. Lo era stato Moonlight che, a sorpresa, si era portato a casa un bel malloppo di Oscar, sbattuti in faccia a Trump da una Hollywood democratica. E – nemmeno tanto sottotraccia – lo è anche con quest’ultima opera. L’intreccio è semplice e, a suo modo, poetico. Tish ama Fonny, che da bambino era stato il suo migliore amico e il compagno di giochi. Per il primo bacio sono pronti. Per il primo figlio pure. Ma la sorpresa è che il giorno in cui si accorge di essere incinta e lo vuol dire al fidanzato, Fonny finisce in carcere con l’accusa di stupro. La violenza però non è stata mai consumata e il ragazzo padre non è altro che una vittima di un’apparente malagiustizia. In realtà il razzismo strisciante è la vera matrice di quella galera innocente. Tish le tenta tutte per convincere i giudici ma l’impresa è impossibile. L’unica testimone fugge in Porto Rico con il cervello in preda alla follia e quando la madre della neo mamma la raggiunge per raccoglierne la versione che scagionerebbe il genero viene cacciata, lei sì, con violenza. Nessuno si arrende ma ingiustizia è fatta e a Fonny non resta che scontare la sua pena nella serenità che un giorno…

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Sulla lavagna dei buoni naturalmente i neri. Tranne qualcuno, ma pochissimi. L’unica cattivona in black è la madre di Fonny a dispetto del fatto che la mamma non sempre… è la mamma. Critica il figlio e non solo. Critica la fidanzata e non solo. Critica la suocera e non solo. Rifiuta di aiutare la ragazza che porta nel ventre il suo nipotino e irride al figlio stesso. Poi se la prende per uno schiaffone che la punisce ed era ampiamente meritato. Tra i cattivi ci sono invece i bianchi. Tutti indistintamente. Jenkins non li ama e il suo mondo non li contempla. Perfidi i poliziotti che incastrano l’incolpevole Fonny. Ambigua e tracotante la donna che accusa di stupro il giovane non per essere stata aggredita da lui ma per averlo visto fuggire. Si piega a fare da cassa di risonanza dei malvagi agenti e il cerchio si chiude. E cattivi pure i giudici che non vengono mostrati in primo piano ma che sono sicuramente bianchi perché occupano postazioni di potere. L’equazione del regista insomma è a senso unico e se il film ha un difetto è proprio questo. Una sorta di razzismo al contrario che fa ribollire i nervi anche in un Paese come l’Italia, dove il disprezzo e l’emarginazione di chi ha la pelle scura è sicuramente molto meno accentuato rispetto agli Stati Uniti. I coloured sono bravi perfino quando la povera Tish deve dire alle famiglie che aspetta un bambino da Fonny. Teme il peggio e trova il brindisi, la comprensione e l’amore dei genitori e del padre del fidanzato. Una zuppetta melensa che si discosta però dai cliché scontati della neomamma  abbandonata anche dalla sua famiglia.

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La scelta di campo di Jenkins insomma non lascia dubbi. Il bene è nero. Il male è bianco. Se si dimentica questo assunto si scoprirà che Se la strada potesse parlare è un buon film benché lo spunto non sia originale ma tratto da un romanzo con lo stesso titolo, firmato da James Baldwin. Guardacaso un nero. Attenzione quindi a come si affronta il tema perché il campo è minato e ad attenuare i rischi ci si mette la trama, più dolce e meno spigolosa che mai. Anche le gravidanze indesiderate possono dunque unire e cementificare i rapporti. Si veda in proposito il sorprendente legame che unisce i padri di Tish e Fonny, collaborativi per cercare di raggranellare il necessario da investire nell’avvocato che dovrebbe tirar fuori di galera il ragazzo. Quest’ultimo – un inconcludente figlio di buona famiglia –  e pertanto un bianco, non riesce nell’intento e crea una nuova frattura. A interrogare l’accusatrice – l’unica portoticana bianca – non andrà il debole dandy ma l’audace mamma di Tish (Regina King candidata all’Oscar come non protagonista e già vista in Jerry Maguire). Come si vede, un’altra frastagliata sfumatura caratteriale differenzia i personaggi in subordine anche della colorazione della pelle. Debolezza e viltà sono bianche. Coraggio e benevolenza sono invece nere. Un Jenkins da rivedere alla prossima prova. Se per la terza volta su tre ci sarà ancora il razzismo sullo sfondo, il rischio di consegnare la propria filmografia a un monotematico stereotipo diventerà una certezza.

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