anni2La lunga notte della dittatura ha il colore del buio e della tortura. Negli anni Settanta il Sudamerica ha vissuto una delle stagioni più buie della sua storia, ma la cosiddetta “Sporca guerra” viene solitamente associata a Cile e Argentina, i due Paesi che hanno pagato il tributo più sanguinoso e violento. Anche altre nazioni hanno vissuto la bufera di una crisi sociale e politica conclusasi con decine di migliaia di persone, molte delle quali scomparse. Mai più ritrovate. E considerate morte. L’Uruguay è stato ingiustamente ignorato o sottovalutato nelle tensioni che lo hanno attraversato e sconvolto, tuttavia anch’esso è rimasto vittima di crudeltà. Oggi le angosciose ore di quei tragici anni vengono raccontate in un film in cui lo scopo è fare luce sulle vessazioni a cui furono sottoposti molti giovani, poi usciti da quelle sofferenze e giunti a occupare posti di rilievo. Alvaro Brechner, che non visse quelle sofferenze, essendo nato solo nel 1976, ha raccontato la vicenda di Josè Alberto Mujica, divenuto presidente dell’Uruguay nel 2010, Eleuterio Fernandez Huidobro, morto nel 2016 mentre era ministro della Difesa e Mauricio Rosencof, giornalista e scrittore poi nominato assessore alla cultura del Comune di Montevideo. Una notte di 12 anni è la loro drammatica storia.

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L’ordine era chiarissimo. “Visto che non possiamo ucciderli, li condurremo alla follia”. Il governo totalitario di Juan Maria Bordaberry, politicamente nato come uno statista di idee liberali nel Partito Colorado, era la conseguenza dell’isolamento in cui il leader si era ritrovato, dopo aver perso la fiducia del popolo e dell’esercito che lo accusava di volerlo politicizzare. L’emergenza contro le azioni guerrigliere dei Tupamaros, prosperate in un periodo di grave crisi spinsero Bordaberry a trasformarsi in un dittatore implacabile. Una volta sconfitti i rivoltosi, che si ispiravano al regime castrista di Cuba, l’improvvisata dittatura ne sequestrò alcuni tenendoli come ostaggi. In caso di recrudescenze della violenza Tupamaros, i prigionieri sarebbero stati fucilati. Su questo aspetto si concentra il film di Brechner limitandosi ai tre protagonisti citati. Altri ve ne furono ma il regista isola questi esponenti perché, nell’Uruguay del nuovo millennio, hanno ricoperto cariche di rilievo. 12 anni porta dunque in primo piano uno stralcio di storia dimenticata e offuscata. La ricchissima filmografia sui desaparecidos ha colpevolmente sorvolato sulle sofferenze uruguaiane, alle quali viene ora offerto il diritto della conoscenza. L’opera è cupa e dai toni fortemente drammatici e trasforma lo spettatore in un testimone diretto delle vicende che hanno sconvolto quel Paese. È il 1973 e i Tupamaros sono stati sconfitti da un anno ma le violenze non vengono risparmiate. Nella fattispecie, i tre protagonisti sono condannati all’isolamento e subiscono soprusi di ogni genere, sia fisico sia morale. La loro sopraffazione dura dodici anni appunto, fin quando il referendum per cambiare la costituzione, voluto da Bordaberry, si conclude con la sfiducia popolare che sancisce il progressivo passaggio verso una democrazia da conquistare lentamente ma in un processo senza più intoppi. E la liberazione di Pepe, Ñato e Rosencof rappresenta la loro ricostruzione umana che fa rima con la rinascita di un intero Paese.

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Una notte di 12 anni è il film che non c’era e di questo va dato merito a Brechner. Il caso dell’Uruguay sarebbe totalmente assente dalla filmografia internazionale sulla “Sporca guerra” se non fosse per l’unica eccezione costituita da L’amerikano, un film del 1972 firmato da Costa-Gavras che affronta da un’altra prospettiva il ruolo degli Stati Uniti nella crisi di Montevideo. La confezione di Una notte di 12 anni è accurata e le riprese sono calibrate temperando il buon gusto di ciò che è responsabilmente mostrabile con la durezza delle torture e delle violenze imposte ai prigionieri da un regime dissennato. Molto suggestive e artisticamente rilevanti appaiono le sequenze che descrivono una prigionia ormai agli sgoccioli, accompagnate dai testi di una canzone celebre – The sound of silence - non più nell’interpretazione nota di Simon & Garfunkel ma in quella più sofferta della laconica voce della cantante spagnola Silvia Perez Cruz che ne offre un’interpretazione addolorata co una scansione dei testi che sembrano scritti appositamente per il tema del film. Il valore di testimonianza, lontana da influssi di interpretazioni politiche, arricchisce una narrazione che paga pegno esclusivamente per il déjà vu dei soprusi e delle torture evidenti in molti altri titoli legati a questo filone. Il pensiero corre soprattutto a La notte delle matite spezzate di Hèctor Olivera che può essere considerato l’antecedente o la versione argentina delle vicende trattate da Brechner sull’Uruguay. Sono molti altri i titoli che meriterebbero una citazione nella filmografia della “Sporca guerra” e delle drammatiche reclusioni occulte di quelli che sarebbero poi diventati i desaparecidos. Ne è esemplificativo anche il tragico Garage Olimpo firmato dall’italiano Marco Bechis che fu tra le vittime dei rastrellamenti e ha avuto la buona ventura di uscire vivo.

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