PRI3Io sono il mio destino

 

Un mito fondativo e due fratelli. Romolo e Remo. Alba di Roma. Il primo re di Matteo Rovere affonda nelle origini di tutto. Storia. Lingua. Civiltà. Guerre. E preghiere. La sfida dell’uomo agli dei. La maledizione degli dei sull’uomo. Il solco che costò una morte fratricida equivalse alla nascita di un impero. E gli aruspici avevano vaticinato che uno dei due avrebbe ucciso l’altro prima di poter diventare, appunto, il primo re. Leggenda e mito. Discendenze imparentate con l’Olimpo. Segni rispettati. Dai conflitti con Alba Longa al legame viscerale che unì fin dalla nascita quei due neonati. Il film retrocede fino all’VIII secolo prima di Cristo. Il Natale di Roma, fissato al 21 aprile 753, è il punto di arrivo della narrazione. La stagione è dunque quella di una sorta di proto-Storia che affonda le sue radici in un’era della quale mancano perfino testimonianze e quelle pervenute fino ad oggi sono frammentarie. Eppure il regista si è sottoposto a uno studio meticoloso e si è avvalso della consulenza di specialisti perché l’opera è ambiziosa e tutt’altro che semplice. La trama è ben nota e a poco varrà ripeterla, sia sufficiente soffermarsi sugli scontri di un manipolo di superstiti a un’alluvione che vengono fatti schiavi e riescono ad “affrancarsi” superando nella lotta il campione locale per poi fuggire. Da qui i numerosi altri conflitti con le popolazioni e i villaggi sporadicamente formatisi prima della colluttazione finale che sancisce Romolo come guida indiscussa del nucleo fondativo della futura Urbe.

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Formalmente, Il primo re presenta particolarità inconsuete. A partire dalla lingua, il latino arcaico – sottotitolato in italiano nel film – che è stato ricostruito attraverso fonti contemporanee al periodo in cui si presume che siano vissuti Romolo e Remo. Laddove è stato impossibile comporre frasi in questo latino fondativo o preromano è stato usato l’indoeuropeo, una lingua di codice, mai realmente parlata in nessun luogo ma matrice unitaria del ceppo originario. L’operazione è stata possibile grazie alla consulenza di un gruppo di semiologi dell’università La Sapienza che si sono basati su epigrafi, scritte sulle tombe e oggetti risalenti all’epoca. A questo proposito, identici e meticolosi studi sono stati portati avanti per mettere a punto gli oggetti di uso comune e le armi a disposizione degli uomini di quel periodo. E gli armamenti erano a loro modo un segno distintivo di classi e ceti. I più facoltosi si avvalevano di elmi di bronzo, scudi e una piastra protettiva sul petto a differenza dei più poveri abbigliati di solo pellame e protezioni in cuoio. Più raramente possedevano difese in legno. Il loro aspetto è dunque molto lontano dai guerrieri romani e greci che siamo abituati a vedere dall’iconografia storica tradizionale. nel film i protagonisti sono di gran lunga più grezzi, dediti alla caccia – e qualche scena potrebbe disturbare animi sensibili – e assomiglianti a branchi di lupi vaganti in campagne o boschi. L’ambientazione geografica è anch’essa attentamente strutturata. Gli scenari montuosi e boschivi sono stati individuati nella zona dei monti Simbruini al confine fra Abruzzo e Lazio, regione in cui sono ambientati i paesaggi incontaminati, i greti dei fiumi, il corso dell’Aniene,  spiagge, saline e zone termali e sulfuree. Infine un gruppo di ricerca in etruscologia e antichità dei popoli italici dell’ateneo di Tor Vergata ha offerto le proprie conoscenze per completare la ricostruzione storica, per scelta lontana da quella spettacolarizzazione di tanti film storici a discapito della narrazione.

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Da un punto di vista contenutistico, invece, va sottolineata la scelta di raccontare la realtà caotica e ferina che precede la fondazione dell’Urbe, un contesto in cui il passaggio verso la civiltà è ancora lontano dall’essere compiuto ma in cui sono percepibili e identificabili chiaramente le tracce di un essere umano che fa affidamento agli dei. Ne teme il volere ma non si rassegna a essere un semplice strumento. Remo ricorda l’insegnamento materno di proteggere il fratello e ne tutela la salute quando tutti gli suggeriscono di abbandonarlo al suo destino di ferito irreversibile. Si sottrae all’interpretazione dei segni della sacerdotessa che preannuncia la sfida e la morte di uno dei due fratelli. “Sono il mio destino” ripete quasi irridendo gli dei ma in realtà rivendicando il diritto dell’uomo ad essere faber fortunae suae. E su questo punto il collegamento con l’attualità è totale. Dopo oltre duemila anni non possiamo forse neppure ora dirci padroni o artefici del nostro destino. Ci confrontiamo con un arbitrio che non è mai del tutto libero ma azzardiamo il furto dei furti. Romolo si impossessò del fuoco e attirò su di sé l’ira funesta dei potenti, oggi il fuoco potrebbe essere qualsiasi ardito traguardo che si capovolge improvvisamente in un insuccesso. Insomma, le nostre vite forse non ci appartengono del tutto e più che amore è hybris quella convinzione che ci fa credere padroni del nostro futuro. Un atto empio come quello del primo re si specchia inesorabilmente nel volto dello sconfitto. Remo. L’uomo che nasconde il dilamma insolubile. È più divino chi si ribella a Dio per difendere l’amore o Dio che chiede il sacrificio di quell’amore… La risposta forse l’ha suggerita William Somerset Maugham. “Uno Dio che si lasci pienamente comprendere non è Dio”.

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