cor3Adoro i fiori. Durano un giorno solo, come le cose più belle.

La vecchiaia è quell’età che l’uomo raggiunge se è fortunato ma la sfortuna in agguato lo sbrana mostrandogli che cosa gli ha rubato. E per sempre. Il paragone tra anni verdi e maturità spesso è drammatico. Odora di morte. Annusa la puzza della fine. È l’ora dei bilanci e dei giudizi. Squilibrio di errori. Un uomo, ormai anziano, si vede pignorare quello che ha. Casa e serra, che per lui significa lavoro. Rinnegato dalla famiglia, trascurata sull’altare del lavoro – la moglie fatica a parlargli e la figlia gli ha tolto perfino il saluto – il vecchio si ritrova all’ultima spiaggia e finisce per fare il corriere della droga per un cartello messicano. Integerrimo nei principi, una volta arrestato, riconoscerà le proprie colpe. L’anziano è Clint Eastwood, regista e protagonista de Il corriere – The mule, film testamento di un mito di Hollywood e non solo. Non tornava sul grande schermo da Gran Torino, sceneggiato da Nick Schenk, guardacaso autore anche di The mule. E il film ha tutta l’aria di essere un addio anticipato alle scene. Già anni fa – proprio dopo Gran Torino – il regista californiano aveva annunciato che non avrebbe più recitato ma la storia vera del “mulo” che aveva perso tutto e si era ridotto a fare l’insospettabile corriere dei narcos era l’altra faccia di quel Walt Kowalski e la coppia Eastwood-Schenk si ricomponeva per completare, a suo modo, un dittico. L’anzianità rancorosa di chi si accorge di trovarsi in un mondo diverso dal proprio e combatte le gang e il degrado sociale si specchia in un uomo sconfitto anche nell’orticello in cui credeva di essersi affermato. Per qualche dollaro in più, Clint Eastwood-Earl Stone accetta l’inaccettabile. Cinquant’anni di patente senza mai una multa si sottomette alla tirannia degli stupefacenti con la disinvoltura dell’onesto ignaro.

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Il vecchio irreprensibile, insomma, scende un po’ a patti anche con se stesso. La legalità si riflette nel reato. E Earl, con un debole per le feste, le frivolezze del mondo e le femmine viaggia verso il traguardo del suo percorso terreno. Dall’Indiana a Chicago i chilometri sono lunghi. I pensieri si accavallano. Si affastellano. I temi di famiglia e lavoro si incrociano e s’intersecano. E Il corriere – The mule è a suo modo anche un road movie in cui il protagonista si auto analizza. Attraversa il peccato (la droga). Il peccaminoso (le prostitute che sfidano tra le lenzuola la longevità del maschio). Il politicamente scorretto (Earl Stone non conosce sinonimi di “negro” e “lesbica”). Il rimpianto  di trovarsi una figlia che lo ignora e una moglie che lo attacca. La malattia (la morte della madre dei suoi figli che egli assiste con l’amore duro di chi nasconde i sentimenti sotto la scorza, ma nondimeno esistono). E in questo focolare domestico scomposto e incenerito che, come i fiori di Earl, è nato e morto in un giorno solo entra la figlia naturale, quella Alison Eastwood che recita un personaggio e in parte pure se stessa, perché papà Clint non è un genitore facile con due consorti e quattro compagne dalle quali ha avuto sempre figli, tranne l’ultima. “Sono stato un pessimo padre, un pessimo marito. Pensavo fosse più importante essere qualcuno da un’altra parte invece del fallimento che ero a casa mia”. Il fioraio Stone non si accorge di essere un valore per le persone che ha al suo fianco. Affabile con gli estranei e rude con i congiunti, stravolge se stesso e i suoi rapporti con il mondo. Ma il suo non è uno specchio delle brame. È realtà. Non la finzione di ciò che desidererebbe per sé.

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Il regista non rifiuta primi piani – ce ne sono a decine a spiarlo in ogni dettaglio – e arriva perfino a inquadrare la faticosa camminata, resa pesante dagli anni e dalle delusioni che ancora gli cadono addosso. Onestà di un uomo che non si vergogna a mostrarsi. Con pregi ed errori. Con quel testimone che sembra passare ardito nelle mani di Bradley Cooper, già nella squadra di Eastwood come protagonista di American sniper. Alle soglie degli 89 anni, al colmo di un’infinita serie di successi, il californiano sembra voltarsi a guardare. E non a caso ammonisce Colin Bates, l’agente che lo cattura. Lo esorta a passare più tempo con i suoi cari perché ha capito che quell’uomo (Bradley Cooper) è il suo contraltare. Senza famiglia. Preda del lavoro. L’anziano ha fatto tesoro dei molti sbagli e tenta di preservarne gli altri. Non ci sono confini nella sua geografia sociale. In fondo, un uomo che non ha preso multe in cinquant’anni di onorata guida è incapace di scorgere un nemico nel tutore della sicurezza. Il suo pedigree delinquenziale è l’anonimato di un vecchio che trasporta i pacchi dei narcos per qualche dollaro in più. Già. Specchio. Nel suo giardino cinematografico sono cresciuti fiori indimenticabili che non appassiscono e in questo Earl Stone non è Clint Eastwood. Ma se di bilancio e addio trattasi, il campo è ristretto all’arte drammatica. Un po’ come accaduto di recente a un altro big, Robert Redford, che ha salutato il cinema con Old man and the gun. Tanto basta a mettere lacrimucce che, almeno il californiano allontana con un personaggio leggero e scanzonato. Per nulla politically correct, come nel suo stile. Senza che il disprezzo prevalga. Un film di alto livello che mescola nostalgia e malinconia con le stesse dosi con cui il vecchio Earl cerca quegli spiccioli che internet gli ha rubato. Perché da quando la rete pesca acquirenti sul mercato vegetale, anche i fiori di Stone appassiscono prematuramente.

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IL RETROSCENA - Bradley Cooper ha confessato di non aver avuto tentennamenti quando gli è stata proposta la parte del poliziotto a fianco di Clint Eastwood. “Sono rimasto a guardarlo anche quando non ero in scena” ha confessato con l’ingenuità di un bambino. E, sempre con la stessa sincerità, ha ammesso di avere pianto. “È accaduto un paio di volte. E una di queste eravamo sul set tutti e due. Il mio personaggio non doveva commuoversi ma non ce l’ho fatta. Mi sono dovuto allontanare. Mi ha davvero toccato”. Non è stato l’unico. Alison Eastwood, è stata diretta dal padre l’ultima volta quando aveva undici anni. Anche allora era sua figlia, nel film Corda tesa. Da allora non è più capitato che lavorassero insieme. Il corriere – The mule è dunque la prima volta di Alison adulta al fianco di papà. “È stato piuttosto magico, una grande esperienza condivisa con mio padre”. Identico atteggiamento di Michael Peña che aveva già lavorato con Clint Eastwood in quel capolavoro che è Million dollar baby e ha fatto l’impossibile  per rientrare nel cast, affascinato da un uomo che non esagera nelle riprese e gira solo quello che è necessario montare. Nel cestino del regista californiano, insomma, non restano tagli né avanzi. Solo sobrietà.

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