Peter FarrellySe non fossero ambiti e prestigiosi non farebbero discutere. E nei cromosomi dell’Oscar sta proprio la caratteristica di lasciare scontenti. Creare i presupposti per discussioni infinite. Soprattutto politiche, perfino quando non sembrerebbe. E l’Academy, che ha un’inconfondibile matrice democratica, continua a non perdonarla a Trump nonostante l’ira funesta sembra essersi, almeno leggermente, sopita rispetto a un recente passato. Attenuata ma non sparita, perché anche nell’ultima sessione le “ingiustizie” si sono fatte sentire e si fatica a distinguere chi sia stato trattato peggio tra due big del cinema in generale e di Hollywood in particolare come il veterano Clint Eastwood e la femme fatale di ieri Glenn Close. Personaggi noti a tutte le latitudini e ugualmente calpestati a dispetto della diversa impostazione ideologica. Profondamente dem, Glenn Close aveva sostenuto e si era battuta apertamente nella campagna elettorale per l’elezione di Barack Obama. Ha incassato la sconfitta tra le lacrime. Settima candidatura – Il mondo secondo Garp, Il grande freddo, Il migliore, Attrazione fatale, Le relazioni pericolose, Albert Nobbs – e ora The wife. E sette bocciature. Una finezza che si poteva forse evitare a una signora alle soglie dei 72 anni alla quale forse spetta il destino di Charlie Chaplin e tanti altri. Un Oscar alla carriera che equivale a una medaglia alla memoria. Oltraggio immotivato anche se il premio ha rispettato la qualità perché Olivia Colman, la regina de La favorita, era una candidata autorevolissima.

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Repubblicano confesso invece Clint Eastwood, sostenitore di Trump e detrattore della “pussy generation“, non ha ricevuto nemmeno l’onore di una nomination per un film, Il corriere, all’altezza delle sue opere migliori. L’uomo e il politico ha il carisma per non farsi nemmeno sfiorare dalla delusione verso un mondo che poco gli appartiene. Ma l’ingiustizia resta. Se ha meritato la candidatura un Christian Bale sovrappeso e mediocre per irridere Dick Chaney, ex vicepresidente di Bush, a maggior ragione spettava a un uomo vicino ai novant’anni, in grado di recitare e dirigere come molti giovani non sanno fare neppure dopo vent’anni di carriera. Per informazioni specifiche rivolgersi all’osannatissimo Bradley Cooper che sul set di Eastwood, piangeva come un bambino. La verità è che il regista californiano, politicamente scorretto, nel film non fa fare una signora figura ai messicani, nemici giurati di mister Trump e quindi amici dichiarati di Hollywood. Si capirà così perché nel sombrero di Alfonso Cuaròn finiscono tre statuette importanti – regia, film straniero e una fotografia davvero entusiasmante che sfrutta il fascino indiscusso del bianco e nero in un’opera più “piaciona” che originale – e soprattutto perché l’anno scorso il trionfo andò al messicano Guillermo Del Toro – seppure con il meraviglioso La forma dell’acqua – nel 2016 toccò ad Alejandro Gonzàlez Iñàrritu con Revenant in un sorprendente bis consecutivo con Birdman nel 2015 e, prima di lui, nel 2014, ancora Cuaròn con il pessimo Gravity.

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Qualcuno obietterà che non è tutta colpa di Trump, all’epoca aspirante presidente ma il gusto di portare in paradiso la classe operaia non c’era solo nell’Italia degli anni Settanta ma anche negli Stati Uniti del XXI secolo. Il piacere del graffio e dello sgarbo, insomma, c’è eccome, considerando che i messicani oltreoceano valgono meno dei profughi in Europa. E non è un caso se nel 2017 non si sia trovato un messicano da premiare e si è ripiegato su un’altra categoria strategica. I neri. Ovvero il ponte tra l’omaggio a Obama e lo schiaffo al “razzista” Trump con gli Oscar a Moonlight, spaccato dei bassifondi coloured con la prima statuetta a Mahershala Ali, in continuità con il premio ricevuto ora per Green book, stupendo film sulle discriminazioni etniche che poco sarà stato gradito alla Casa Bianca. E proprio per non seminare equivoci un premio è andato anche a Regina King che non solo è nera come Ali ma è anche co-protagonista di Se la strada potesse parlare, a firma dello stesso regista di Moonlight. Per non parlare di BlackKklansman di Spike Lee che, seppur tra sorrisi malcelati, fa il verso ai tempi del Ku Klux Klan con riferimenti espliciti a capolavori della storia del cinema come Intolerance di David Wark Griffith e suona di nuovo il tasto del razzismo che in America non ha certo le tinte sbiadite dell’Italia.

Coincidenze… Forse. A pensar male si fa peccato ma si indovina quasi sempre, sosteneva a suo tempo Andreotti, specialista in dietrologie e nuotate nelle vasche degli squali. E allora il rammarico va a quelle opere di alto livello che sono rimaste penalizzate da riconoscimenti più che legittimi. Ad esempio il libanese Cafarnao di Nadine Labaki, uno dei film più belli del 2018, premiato a Cannes e largamente superiore al vincitore messicano nella sua categoria. O le due damigelle reali de La favorita, Emma Stone e Rachel Weisz che purtroppo per loro sono bianche e quindi nel teorema complottista di Hollywood vengono sacrificate sull’altare di un’attrice, Regina King, che ha una parte più modesta delle loro ma è funzionale al giochino politicheggiante anti-Trump. E se proprio occorre laureare Netflix, che non è cinema ma proiezioni sul piccolo schermo della televisione o del computer, come nel caso di Roma, perché mai ignorare La ballata di Buster Scruggs, geniale western dei fratelli Coen, a vantaggio di Spike Lee, già tra i vincitori a Cannes (premio della giuria) e a Locarno (premio del pubblico)… La risposta sta in quel simbolo dei democratici al quale Hollywood si inchina. L’asinello.

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