tempo1L’arcobaleno è quiete. Gioia. Luce di un’ora migliore. Profuma di serenità e di speranza. Il bello di un attimo nuovo può splendere libero dopo la bufera. Arcobaleno è colore. Vivacità. Ottimismo, in fondo. E Stefano, che li osserva per professione, dovrebbe saperlo. La sua vita però viaggia in direzione contraria. Ha una moglie con la quale è in continua lite e quando arriva la notizia che gli cambierà la vita ne scorge la negatività. Un incontro fortuito con un fratellino di oltre vent’anni più piccolo e un lascito come suo tutore. Osservare arcobaleni non è mestiere che riempia le tasche, si sa, e Stefano accetta di malumore. Il padre muore improvvisamente con la seconda moglie e il ragazzino, tredici anni di antipatica saputaggine, finisce accollato a quell’uomo che per i bambini non ha mai avuto predisposizione alcuna. Inizia sotto questi auspici un abbozzato viaggio dei due fratellastri – stesso padre e diverse madri – tra simpatie femminili, baci rubati, incontri con vecchie fiamme di un tempo, una madre devastata da patologie mentali. E un futuro indecifrabile fatto dell’improvviso addio di Stefano alla donna che ha sposato. Una trama da fotoromanzo s’innesta a questo punto su un telaio già collaudato. Il protagonista (Stefano Fresi, apprezzato in Noi e la Giulia e anima corsara di Smetto quando voglio) incontra Simona (la cantante Simona Molinari) e cerca di sedurla.

tempo2

C’è tempo è il primo film di finzione targato Walter Veltroni che finora si è speso cinematograficamente nei documentari cavandosela egregiamente con I bambini sanno e rispolverando il mestiere di cronista con Quando c’era Berlinguer, oltre a un episodio per Milano 2015. Quello nella commedia è invece un esordio ambizioso ma deludente. “I buoni sentimenti sono rivoluzionari” ha spiegato il regista e sarà pur vero ma, nella sua ultima fatica, emerge solo un buonismo gratuito che si scioglie in melensaggini tanto insipide quanto insapori. Una brodaglia di luoghi comuni che poco hanno a che vedere con la vita vera, benché il fondatore del Pd si sforzi di inserire nella trama tratti personali insignificanti o poco sviluppati. Il bambino, Giovanni, ha in camera il gagliardetto della Juventus, squadra del cuore anche di Uolter mentre il fratellastro maggiore non ha mai conosciuto il padre. Vittorio Veltroni, giornalista, sceneggiatore e conduttore radiofonico – lanciò nell’universo Rai Lello Bersani, Mike Bongiorno, Luciano Rispoli e un giovanissimo Sergio Zavoli – morì quando il piccolo Walter aveva poco meno di un anno. A portarselo via, a soli 37 anni, fu un male incurabile. In altre parole una disgrazia improvvisa, come quella in cui perde la vita il padre del protagonista, benché molto diversa nella dinamica.

tempo3

Al di là dei riferimenti individuali, C’è tempo è una miniera di dotte citazioni assai care ai cinefili. La più evidente è quella diretta all’opera di  Truffaut I 400 colpi con le immagini che scorrono sulla televisione del ragazzino, il fotogramma conclusivo di Antoine Doinel e lo stesso cameo di Jean Pierre Leaud che interviene nelle riprese di Veltroni in una parte decisamente goffa, chiedendo l’autografo al suo piccolo e sbigottito fan. La più nascosta è il nome di Lolotta Cortona. Il nome è caro a Zavattini di Miracolo a Milano e il cognome è quello del protagonista de Il sorpasso. In mezzo la padella di Alberto Sordi ne La grande guerra, la pistola rossa di Dillinger è morto di Marco Ferreri, l’elmo di un monicelliano Brancaleone, per non parlare di Novecento di Bernardo Bertolucci. Indicazioni che nobilitano il film e denunciano con chiare sottolineature la passione cinematografica di Veltroni che non si limita a enunciazioni ma dedica tutto lo scorrere dei titoli di coda ai disegni di molte sale cittadine di tutta Italia che hanno chiuso.  Una passerella dotta che non riscatta un film fatto di nulla. Con un nuovo richiamo alle coppie gay, completamente fuori luogo e totalmente sterile. Il desiderio di opporre la luce a periodi bui appare idealmente nobile ma terribilmente utopistico e irrisolto da sequenze che mostrano una galleria di personaggi privi di rilievo, senza arte né parte e addirittura odiosi o totalmente inadatti alla recitazione come il piccolo Giovanni, irritante bambino più grande dei suoi anni e con le tare di un padre solo apparentemente presente ma in realtà assente anche nella sua vita oltre a quella del fratellastro maggiore. Specularmente, le bugie di Stefano dipingono un adulto con le fattezze di un ragazzo, desideri e pulsioni adolescenziali, ricordi d’infanzia. Un mondo svanito come la giovinezza che sembra tornare, simboleggiata dalla discesa di quel pallone scagliato verso il cielo che ritorna inaspettatamente sulla terra. Una prova scialba che contrasta con gli sgargianti colori del film.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,