boy1Non importa quanto lunga è la strada ma le insidie che l’attraversano

 

Rick è inciampato per via. E a quindici anni capita. L’ambiente familiare è fatto delle armi del padre che commercia in artiglieria e della droga della sorella Dawn. Un nome che sa di alba ma in realtà è un tramonto che non offusca le nubi squallide di due ragazzi senza madre. Il padre li ama a modo suo, perché ognuno ama a modo suo. Le sue maniere però non hanno la forma di un cuore che all’occorrenza sappia pronunciare qualche no. Detroit non era ancora fallita negli anni Ottanta. Le fabbriche esistevano ancora benché le miniere avessero chiuso. C’erano i preamboli di una crisi mortale ma la fine non si era manifestata. Presidenza Reagan, uno che i no sapeva dirli eccome. Anni fatti di cocaina che aveva reso l’America un colabrodo dei pusher neri. Il baratro ha l’odore aspro dei fiori in conflitto, costretti a convivere e mescolarsi ai piedi del catafalco. Rick, andata e ritorno dall’inferno, l’abisso lo ha visto e vissuto. Ha sperimentato di persona che puzza di morte. Cocaine – La vera storia di White boy Rick di Yann Demange, un francese che non ha paura di fare l’americano, racconta il Michigan delle contraddizioni e di un inflessibilità che impone il conto a un ragazzino ma lascia liberi i trafficanti. Incastra i boss ma non rispetta le promesse. E lui, giovane protagonista di una vita sbandata, vede i retroscena del traffico di armi, che non è poi molto diverso da quello della droga. Forse è soltanto un po’ meno pericoloso. Con gli stupefacenti si paga e non c’è perdono.

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Rick diventa papà a sorpresa, il genitore si trasforma in nonno ma mantiene i tratti rampanti di Matthew McConaughey che nei panni del borderline si ritrova a suo agio, come accadde nel disperato di Dallas Buyers club, nell’arrivista intraprendente di Gold e nel broker che istruisce Jordan Belfort in The wolf of Wall Street. Solo quando si scopre con un nipotino in braccio e la terra che cede sotto i piedi riacquista il senso di una vita perduta. Le revolverate nell’addome di Rick, lo scontro tra gang, lo spauracchio di una polizia timorata di se stessa lo rendono l’uomo che non era mai stato. Da borderline diventa padre e con le mani strappa la figlia alla droga. Rick accetta di fare l’infiltrato dell’Fbi per salvare il padre dall’incriminazione e la sue confidenze valgono a incastrare delinquenti eccellenti. Sfiorando perfino l’ufficio del sindaco. Scaricato dagli investigatori senza riconoscenza, il ragazzo si getta nel traffico di coca e loro non gli risparmiano il carcere. Perché anche la polizia ha i suoi rancori e le sue vendette. Chiede e non restituisce. Nel girone dantesco di Detroit degli anni Ottanta la realtà è quella di una terra senza confine che non ha tetto e non ha mai avuto legge. Il racconto si snocciola in una successione di capitoli che coincidono con gli anni delle vicende. Si parte dal 1984 e si finisce nel 1988 quando per Rick si aprono le porte di una cella dove sarebbe stato destinato a restare trent’anni. La sua colpa è di aver spacciato e di essere stato invischiato in un traffico di otto chili di stupefacenti.

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Il film è di altissimo livello, costruito su una sceneggiatura che non scade mai. Non scivola in alcun punto. Non cade in inutili melensaggini né nella violenza gratuita. Non esibisce la repulsione delle scene di degrado perché l’obiettivo è puntato sul deterioramento morale e sociale più che sulla cronaca di miserrime iniezioni. Benché rievochi fatti realmente accaduti, Rick sia esistito davvero e abbia veramente rivestito il ruolo dello spacciatore e del confidente. Seppur si sia fatto trent’anni di galera mentre altri sfuggivano al maglio di una giustizia che si disinteressava dei pesci piccoli ma li esibiva trionfante se nella rete non riusciva a mettere quelli grossi. Uno spaccato dell’America da buttare e dimenticare che nelle cronache ci è finita davvero. E se oggi un regista l’ha raccontata lo si deve allo scalpore che le vicende di Rick suscitarono all’epoca e non finirono mai nel dimenticatoio. Oggi quel ragazzino è libero ma ha perso metà della sua vita. Non ha visto la figlia crescere ed è uscito trovandosi già nonno. Ha dovuto attendere che un regista francese raccontasse la sua adolescenza buttata, sapendo di narrare qualcosa che non succede in nessuna parte del mondo se non in quell’America povera e disperata che sopravvive a se stessa, ai margini di una città che non ha vie di mezzo. Si lavora nel grigio delle fabbriche o nel torbido di affari loschi con un mitra e una vendetta sempre pronta a interrompere la gioventù oltraggiata e l’adolescenza ignorata di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, come tanti altri con lui. E di cui è esempio il piccolo cognato che gli bussa alla porta per dargli la notizia di essere padre. Un mondo al di fuori del mondo ma pur sempre parte di quell’orizzonte evoluto dell’Occidente del quale è la faccia oscura di una luna da criminalità dei pezzenti.

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