gui1Un dramma vissuto al centralino. Asger Holm è un agente che si è ficcato nei guai. Ha ucciso. E per un poliziotto è una macchia non una medaglia. Così si ritrova al centralino. Bocciatura eccellente. E qui inizia la storia di The guilty del danese Gustav Möller perché Holm raccoglie una telefonata in cui una donna denuncia di essere stata sequestrata dal marito crudele. Il neo telefonista prende subito parte alla vicenda della sfortunata e innesca un giro di chiamate tamburellanti ma la verità è completamente diversa. Scopre l’omicidio di un bambino. Buoni e cattivi che si scambiano i ruoli a ogni frase perché – attenzione attenzione – il film non ha scenografia se non il primo piano quasi fisso sul protagonista alla consolle del centralino. A questo punto, chi pensasse a un’ora e mezzo di noia non conosce il cinema scandinavo e quello danese in particolare, maestro in questa sorta di thriller in cui nulla si vede di sconveniente e pericoloso, semplicemente perché nulla si vede. Eppure tensione e supense si succedono con colpi di scena sorprendenti che, come pochi altri film riescono a tenere lo spettatore incollato alla poltrona con gli occhi fissi verso una scena che non esiste. Non ha nulla da mostrare. E non stupisce con le immagini ma con le parole. Una dinamica che al cinema è tutt’altro che scontata. E dai dialoghi fra Holm e i malcapitati – prima la donna poi il marito – si snocciolano colpi di scena a ripetizione, filtrati attraverso le testimonianze.

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Lo spettatore si trova quindi idealmente al centralino di fianco all’agente Holm e raccoglie gli allarmi che a lui vengono girati. Parole. Parole. E ancora parole. Un sequestro. Un omicidio. Un manicomio. Volutamente smussato il presupposto del delitto che porta il poliziotto a essere “degradato” perché in fondo è il pretesto. La punizione. Le colpe che appartengono a ciascuno e vengono spesso passate sotto silenzio per una sorta di agiografia individuale che nasconde gli errori e celebra i meriti. E Asger Holm di meriti non ne ha. Film di parole, costato pochissimo e girato all’interno di una stanza buia dove anche le luci sono dosate per celare più che sottolineare e udire più che vedere, il copione di The guilty è stato già acquistato per un remake che avrà Jake Gyllenhaal come protagonista. Lo schema narrativo ricalca quello di Locke, un thriller del 2013 diretto da Steven Knight in cui un uomo alla fine della giornata di lavoro viene tempestato al telefono alla guida della sua auto e dovrà scoprire le carte della sua doppia vita. Una tensione stavolta psicologica, diversa nella sostanza e nell’esito ma identica nella dinamica e soprattutto nella costruzione del film. Il cinema di parole come quello di The guilty è rivolto ad amatori di un sottogenere talmente particolare da risultare per larghe fette di pubblico difficilmente digeribile. La scuola danese è maestra in questa specialità che pone il grande schermo al confine con il teatro. E l’opera di Möller è spendibile anche sul palcoscenico dove la forza della parola totalmente avulsa da quella dell’immagine trova la sua cornice più appropriata.

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