UnknownNon è certo la guerra a renderci più uomini.

 

Il secondo conflitto mondiale è finito da poco ma in primo piano restano evidenti le tracce del disastro. Amburgo è una città distrutta non soltanto nei tessuti. Brandelli di palazzi sorreggono a fatica la delusione e lo sconforto della sofferenza. Tutti hanno ormai perso tutto e non c’è differenza. Vinti e vincitori sono riuniti da uno strano e incomprensibile destino fatto di morte. Vittime di una sciagura epocale. Sulle rive dell’Elba a un padre e una figlia viene requisita la villa, destinata a ospitare un ufficiale inglese con il compito di normalizzare la situazione dopo la cessazione delle ostilità. Lewis vi conduce la moglie Rachael (Keira Knightley) con la quale si ricongiunge dopo un lungo periodo e autorizza Stefan Lubert (Alexander Skarsgard, figlio d’arte che ha recitato con il padre Stellan in Melancholia) a restare nelle stanze della parte superiore della casa. Nasce già qui l’incomprensione fra due coniugi dilaniati come le città bombardate. Il loro bambino, morto durante un attacco aereo, è il solco che separa le loro vite. Affetti inariditi che faticano a trovare linfa. Specularmente, padre e figlia Lubert si trascinano addosso anch’essi le ferite di una scomparsa. Claudia, madre e moglie, è rimasta uccisa. Un altro solco li divide. I lui delle diverse coppie abbozzano una reazione, le due donne sembrano invece incapaci di arginare il sangue che sgorga dai loro cuori. Finché Stefan seduce la moglie di Lewis e un fuga a due per ricostruire le differenti vite distrutte appare imminente e foriera di un futuro nuovo. Simile a quello che si delinea nell’orizzonte sociale dopo la bufera bellica.

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Tuttavia il corso di certe esistenze ha il sapore dell’irreversibilità. L’essere umano non ha la possibilità di invertirne il corso. Sterzare in direzione opposta. Trovare una strada alternativa. E Rachael è consapevole che il ricordo e le ferite subite, destinate a non rimarginarsi mai, resteranno sanguinanti per quante vite diverse si possano cercare ed eventualmente scegliere. Le macerie morali non si rimuovono. Non esistono ruspe psicologiche. Stefan e la figlia s’incamminano verso un domani indecifrabile. Soli. Senza l’ipotesi di una nuova madre e moglie, balenata per un attimo soltanto al loro orizzonte e all’apparenza la più probabile delle soluzioni.  La conseguenza di James Kent mette l’una di fronte all’altra una coppia inglese e una tedesca. Ovvero chi ha vinto e chi ha perso. La tesi è semplice e si sforza di dimostrare come il secondo conflitto mondiale si sia concluso lasciando entrambi nel ruolo degli sconfitti. O meglio, della vittime. Un teorema che il cinema aveva già affrontato negli anni Sessanta con l’ambizioso Vincitori e vinti firmato da un regista di impronta liberale come Stanley Kramer. Nonostante le radicali differenze che dividono la trama delle due opere, l’ispirazione è comune e supera se stessa. Le guerre sono una sciagura che trascinano dietro di loro chiunque ne venga coinvolto. Poco importa dunque chi stia da una parte e chi dall’altra. L’azzeramento è totale e senza zone franche.

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La conseguenza è un film in cui i risvolti morali e psicologici prevalgono sulla trama. La distruzione bellica è la cornice e rappresenta il modulo rappresentativo della filmografia contemporanea sulla II guerra mondiale. È la lettura, riflessiva e analitica, di un contesto storico che nella dinamica degli eventi si è già espressa in numerosi titoli che hanno costituito un massiccio gruppo di titoli nati nel Dopoguerra. Il nuovo millennio, pur non dimenticando quanto di tragico è accaduto ed è stato raccontato in tante prospettive ora si concentra sulle storie individuali, poco note o trascurate, come il recentissimo La signora dello zoo di Varsavia (2017) di Niki Caro, o sui drammi che hanno lasciato una scia di morte, disorientamento e abbandono come in questo caso. Il film di Kent è la dimostrazione ulteriore di quanto la dittatura – in senso traslato – continui a occupare una parte consistente delle riflessioni del cinema anche a distanza del secolo breve che le ha viste prosperare nella loro infausta opera distruttiva. Una ricerca che forse soltanto oggi diventa possibile lasciando emergere storie e racconti che riproducono la temperie di quei tragici giorni anche quando è frutto di fantasia. Un’occasione per ponderare, appunto, le conseguenze di una stagione che pone al centro della disamina il disastro prodotto dalla guerra.

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