imagesPer Ruth Bader Ginsburg il rifiuto fu uno stimolo. Una delle nove donne ammesse a Harvard e successivamente laureata non trovò impiego negli studi legali. La discriminazione di genere non fu un ostacolo e, seppur a fatica, riuscì comunque a farsi strada. Il destro glielo offrì un caso che apparteneva allo stesso genere di ingiustizie di cui lei stessa fu vittima. Al contrario, però. Stavolta era un uomo a non ricevere giustizia vedendosi negato il risarcimento concesso alle donne che assistono un familiare in difficoltà. Il trionfo giudiziario di Ruth Bader Ginsburg si rivelò la valvola che consentì a tutti – in differenti versanti – la liberazione dai tranelli imposti dalle convenzioni e dai pregiudizi. Tuttavia per vincere la causa altrui occorre innanzi tutto affermarsi nella propria e la prima a dover affrontare i codici è la protagonista, assistita da una procuratrice nel difendere le sue posizioni. Una giusta causa di Mimi Leder è un meandro giudiziario che si traduce in una successione di assalti legali, alternati alla malattia del marito Martin Ginsburg (Armie Hammer, già visto in Final portrait, Chiamami col tuo nome Animali notturni). Famiglia e lavoro si scontrano così in un attrito inevitabile che si traduce però in un idilliaca forma collaborativa. Il successo diventa una chimera raggiungibile, mentre la morte rappresenta l’unica frontiera inarrestabile. Il risvolto drammatico tuttavia resta estraneo alla trama perché sopravviene in tempi recenti, al di fuori del periodo narrato dalla regista.

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La storia è tratta quindi dalla cronaca, come in larghissima parte ormai avviene per temi e intrecci che approdano sul grande schermo, in questa fase drammatica per lo spirito creativo in generale. Fortunatamente, la quotidianità offre quegli spunti che la fantasia non è più capace di trovare e quello della Bader Ginsburg è un caso esemplificativo. E il film ripercorre in tono biografico la vita della protagonista. In chiusura, sullo scorrere dei crediti di coda, fotografie e didascalie illustrano l’epilogo al passo con l’oggi, non difforme da quanto si vede nel film ma puntuale nell’inquadrare gli strascichi successivi, pertanto esterni alla vicenda. Una giusta causa è una sintesi di tematiche che sembrano affrontarsi specularmente. Giustizia e ingiustizia – rintracciabili nel campo d’interesse professionale dei Ginsburg e nel trattamento ricevuto da Ruth, respinta dai colleghi – confinano fino a sovrapporsi. La rifiutata protagonista finisce per difendere un’altra persona che ha subito il suo stesso destino di iniquità con lo scopo di restituire a ognuno ciò che gli spetta, non solo in termini economici ma anche meritori. Famiglia e lavoro sono invece indagati nell’inconsueta chiave di due elementi non in conflitto l’uno con l’altro. Una linea interpretativa che s’infrange con la vulgata tradizionale secondo la quale questi due elementi non sono in grado di convivere. Il segreto risiede nell’omogeneità delle aspirazioni e dell’ambito professionale dei due coniugi. Ne esce un’opera interessante ma decisamente faticosa e distante da casa nostra.

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La carriera di Ruth Bader Ginsburg, dopo i difficili anni d’esordio in rima con la prima metà del film, sfocia nell’approdo alla Corte Suprema degli Stati Uniti, avvenuto nel 1993 per la nomina dell’allora presidente Bill Clinton. Una storia non proprio familiare lontano dall’America e resa ancor meno appassionante dalla protagonista – Felicity Jones apprezzatissima ne La teoria del tutto – che qui appare poco versatile, come se non si trovasse a proprio agio nel personaggio, tra l’altro fisionomicamente diversissimo dalla protagonista reale – oggi 86enne – che non ha somiglianze con l’interprete. A completare una cornice non propriamente semplice si aggiungono le molte scene di dibattimento in tribunale e quelle abbastanza farraginose e, all’apparenza, fuorvianti fuori dall’aula stessa che non risultano nemmeno troppo originali nella loro riproposizione.

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