fra1Arabi contro. La banlieu di Parigi ha le sfumature del grigio e il traffico di droga parla arabo, almeno nelle origini. Non sempre alla radice della criminalità organizzata stanno solo questioni di denaro, talvolta c’è amicizia o addirittura l’essere cresciuti insieme. Manuel e Driss hanno poi imboccato strade diverse, il primo i narcos e l’altro la polizia. Ma anche per chi sceglie l’illegalità ci sono vincoli e legami. E quando Imrane viene ucciso, per Manuel si apre la caccia al commando assassino. Le strade, sorprendentemente, lo porteranno sulle orme di Driss. Uniti dal comune interesse di trovare i responsabili, si accorgeranno che il microcosmo del crimine è più prevedibile a isolabile degli affetti delusi e delle “parentele” tradite della propria gente. Fratelli nemici di David Oelhoffen, presentato a Venezia nel 2018, è un thriller incandescente ambientato nel traffico della droga nei bassifondi della capitale francese e al tempo stesso è uno spaccato sull’immigrazione nordafricana all’ombra della torre Eiffel in una versione totalmente irriconoscibile. Il giro è fatto di insospettabili consumatori abituali, spregiudicati importatori, piccoli pusher e immancabili poliziotti. È tuttavia tra queste ultime due categorie che si regge l’asse di un racconto pensato per portare in primo piano l’inserimento dei francesi di origini arabe nel tessuto sociale. All’interno della loro cerchia nasce e si sviluppa lo smercio che innesca la rivalità tra bande opposte, in qualche caso stuzzicate all’azione da poliziotti doppiogiochisti.

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Fratelli nemici piacerà agli amanti di un genere che recentemente sembra essere tramontato. La cinematografia ha spostato l’obiettivo verso uno stile diverso di raccontare la società al confine, tra i quartieri poveri che non si arrendono alla miseria e scendono a patti con la legalità, pur di aumentare il livello del proprio status e coloro che cercano, in una veste ufficiale, il riscatto della loro provenienza. Una cornice che il genere noir ha raccontato negli anni Cinquanta e Sessanta con un bianco e nero struggente, rimpiazzato nel film  di Oelhoffen da un colore sbiadito. La volontà di riprodurre il grigiore cancella ogni traccia di Parigi affascinante e lascia solo lo squallore di falansteri periferici dove la quotidianità è fatta di sconforto e abbandono ma dove la geografia urbana potrebbe appartenere a qualsiasi città del mondo. Una realtà dove la galera è un passaggio obbligato e l’uscita è una festa ma anche il ritorno alla vita combattuta in strada. Il regista sviluppa la narrazione secondo un evolversi continuo delle vicende, scavando in profondità l’animo dei protagonisti e in particolare Manuel e Driss, che tengono alta la tensione di un’insaziabile attesa per le decisioni che prenderanno dai loro versanti opposti, per tanti versi guidati però da uno scopo comune, inquinato da tentazioni e timori. Il loro braccio di ferro è l’alternanza continua di una doppia modularità che condurrà fino all’epilogo. Non soltanto thriller e suspense, dunque ma l’ambizione di scavare nei personaggi fino a farne emergere il retroterra, ricostruendone anche i legami sociali. In questa prospettiva, opera di Oelhoffen si distingue e si distacca dai polizieschi più diffusi e offre uno spessore maggiore a un titolo che merita un posto di rispetto.

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