yao2Il destino è Dio che passeggia in incognito.

 

 

Yao ha tredici anni e i piedi nudi, come un po’ tutti in Africa. Sulla sabbia le scarpe non servono e sono solo un segno. Chi le porta è un bianco, anche con la pelle ebano. La negritudine è un modo di essere, più che una tinta della carnagione. E Seydou Tall, attore feticcio del piccolo Yao non lo sa. Quando raggiunge il Senegal per presentare il suo libro resta sbigottito davanti a quel ragazzino scalzo che ha percorso 387 chilometri scalzo per far autografare il suo libro, rilegato da una cucitura a mano, da quell’idolo irraggiungibile. Le distanze si accorciano. Gli spazi si annullano. Yao e Seydou sono lì, uno di fronte all’altro, facce nere di mondi diversi. E quando Tall si offrirà di riaccompagnare a casa quel ragazzo intraprendente partirà un’esperienza dentro se stessi. L’Africa nera è uno specchio che riflette. Usa parole che nascono dal matrimonio fra poesia e immaginazione. Linguaggio azzurro. Il cielo intinge il pennino nel calamaio del sole. La gioia è fatta di ingenuità. Un uomo che si mette un cappello per proteggersi dai raggi violenti, l’altro che si ripara sotto una pianta. Tutti e due sono neri ma, in realtà, uno è bianco. Il razzismo non c’entra, è questione di cromosomi. Il viaggio di Yao di Philippe Godeau  è un itinerario verso le radici. Un viaggio al centro della propria terra. Seydou Tall è Omar Sy, già conosciuto per Quasi amici, ritrovato in Samba e in Mister Chocolat. In quest’ultimo film appare come la controfigura di se stesso. L’attore e l’uomo si spingono l’un l’altro verso le origini alla ricerca del mondo che non hanno mai conosciuto ma dal quale provengono. Sy è francese con ascendenze senegalesi e mauritane.

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Il viaggio di Yao come il mondo di Omar. E il film sembra davvero una sorta di autobiografia incendiata dai colori di un continente che non lascia insensibile chi lo ha percorso. I chilometri a ritroso dalla capitale al villaggio del ragazzo  sono tappe di conoscenza. “Il mare… Un grande lago di cui non si riconoscono le rive”. L’universo di sempre con gli occhi di chi immagina perfino ciò che non ha potuto conoscere. Il tempo è un’opinione. La corriera che non ha orari. “Parte quando è piena” nasconde il valore economico dell’impresa. Nessuno può permettersi viaggi a vuoto o, semplicemente, in perdita. L’orologio può attendere. La fretta non abita nella savana e neppure nel deserto. Chi corre è bianco perché nemmeno i punti cardinali contano più o indicano qualcosa. Soltanto i colori segnano direzioni. Determinano provenienze. E se Yao è davvero un nero, Seydou Tall-Omar Sy il nero ce l’ha sulla faccia ma non nel cuore. Insomma, è bianco. Non è un nemico ma un diverso. L’estraneo fra i suoi. catapultato da chissà dove nella terra dei nonni. Lo scrittore nasconde un uomo che non cercava se stesso ma doveva solo compiacere il suo ego e la sua celebrità e ha trovato il piccolo universo di provenienza che forse nemmeno i genitori e i genitori dei genitori gli avevano raccontato.

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La narrazione lineare segue una vicenda semplice alla quale poco interessa stupire con colpi a sorpresa. La commedia con una mescolanza di apporti provenienti dal road movie è sufficiente per creare l’incantesimo di una dolcezza che non è buonismo inutile né il tentativo di diffondere un’Africa che non esiste. Il problema del non detto nel film è la feccia che cerca fortuna all’estero e diventa il biglietto da visita respingente di un’elite invece di spirito ospitale e umano che invece resta nei Paesi d’origine. Se quindi esistesse una sorta di morale l’avvertimento a non fidarsi diventerebbe più che esplicito. Nello specchio senegalese escono due personaggi diversissimi. L’adulto a digiuno di tutto, il ragazzo prodigo di fratellanza, dimostrata con quel regalo per il figlio di Seydou Tall che implicava un doppio significato. da un lato il dono per chi non ha potuto partecipare al viaggio come sarebbe stato nelle previsioni della partenza e in secondo luogo la certezza che quell’affermato attore, ora diventato anche scrittore, non si sarebbe trattenuto nella sua terra d’origine. Troppa acqua era passata sotto i ponti, trasformando quell’uomo in un professionista ossessionato dal tempo e dagli impegni. Dai litigi con l’ex moglie che gli nega il bambino al lustro della sua personalità. L’opposto del modesto ma ruspante villaggio, dove si mangia tutti insieme dalla stessa pentola. Una tavola davvero familiare, si potrebbe dire. Sapori perduti per il senegalese d’Europa.

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