rey1L’Argentina è terra dalle molte facce. Dietro quella del tango c’è la violenza. Subliminale, talvolta. E ogni buon sudamericano sa che se qualcuno scompare, il primo posto in cui va cercato è la polizia. Non tanto perché sia davvero custode dell’ordine e della sicurezza, piuttosto i veri criminali si annidano proprio lì. Dietro consunte divise e sguardi ambigui, inevitabilmente tesi al ricatto. E al riscatto. Due paroline simili, divise da una esse che al tempo stesso le unisce e le disgiunge. Reynaldo non ha molta scelta quando viene cacciato di casa dalla madre. Si unisce al fratello ma il destino è segnato. La criminalità. Inizia con un furto e si accorge che la strada porta lontano. Nella fuga cade nel giardino di una casa, dove abita una ex guardia giurata in pensione con moglie e figlio. La coppia decide di trattenere quel ragazzo, ancora minorenne, e dopo i primi approcci gli fa aggiustare la serra che quello ha distrutto, cadendo. Gli insegna a usare le armi. E nell’ultima lingua di terra del mondo è cosa importante. In una parola lo riabilita. nel microcosmo della delinquenza, però, non tutto si cancella con un colpo di spugna. E non basterà restituire il bottino trafugato per placare la fame di sangue dei boss in divisa. Si innesca così una spirale di ritorsioni e vendette, fughe e revolverate per aggiustare i conti in sospeso di tutti contro tutti. L’educazione di Rey è l’opera prima di Santiago Estèves, giovane regista di Mendoza già autore di alcuni cortometraggi. Inizialmente pensato come una serie televisiva e successivamente trasformato in un lungometraggio per il grande schermo, il film testimonia la brillantezza e l’effervescenza del cinema argentino, molto vivo anche nel territorio del noir come dimostra quest’opera che si avvale di interpreti tutt’altro che noti al grande pubblico, eccettuato Germàn de Silva, già incontrato in Storie pazzesche di Damiàn Szifron.

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Rey non è altro che un esempio purtroppo ricorrente e il contesto è l’Argentina senza nome. I quartieri anonimi di una città che il regista conosce bene per esservi nato e cresciuto, che rappresenta il metro di un’emarginazione familiare e sociale che sconfina con un destino segnato prima ancora che l’individuo possa decidere autonomamente. In questo senso il suo incontro con l’ex guardia giurata Carlos svela e rivela l’istinto punitivo che porta l’anziano ad ammanettare quel ladruncolo in fuga salvo poi convertirsi in educatore visto che il carcere sudamericano è luogo di pena e non di ricostruzione di un giovane in errore. La “conversione” di Rey confina dunque con l’esperienza di Carlos che rifiuta il consiglio del figlio di rendere quello sconosciuto nelle mani della polizia. L’anziano conosce il significato della polizia nel suo Paese e si sostituisce all’uno e all’altra. Nasce così un rapporto intensissimo fra il ragazzo, l’uomo e sua moglie che arriva a toccare una relazione quasi filiale. Non è sbagliata l’estrema sintesi di una coppia non più giovanissima che adotta un rapinatore, sono piuttosto gli esiti del nobile gesto a motivare la scelta. L’educazione di Rey, girato con la linearità di una narrazione didascalica e quasi elementare, mostra la capacità di gestire la suspense senza cadere in flessioni o in un epilogo banale. Fortemente radicato nell’attualità, il film non mostra debiti particolari con altre cinematografie anche se è comunque da sottolineare la vitalità del noir che, a varie latitudini, mostra segnali evidenti come il belga Fratelli nemici di David Oelhoffen che racconta l’emarginazione degli immigrati nel nord Europa. Storie di metropoli e di uomini espulsi e faticosamente a caccia di un ruolo sociale che stenta a trovare un suo spazio nella bilaterale relazione tra delinquente e polizia.

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