book1Quanta nostalgia dei tempi che furono. Dietro i volti di Jane Fonda, Diane Keaton, Candice Bergen e Mary Steenburgen, tutte in viaggio intorno alla settantina, eccetto l’ultima di qualche anno inferiore, si nasconde un passato fulgido che si sposa con un presente – cinematograficamente – squallido. La terza età che non si arrende e sceglie un terreno di battaglia improprio. L’eros. E se una (Diane Keaton) rimane vedova, l’altra (Candice Bergen) ci resta con un palmo di naso davanti ai fiori d’arancio del marito e una sciacquetta con trent’anni di meno. Se un’altra (Jane Fonda) incontra un vecchio flirt di gioventù e fa la preziosa, l’ultima (Mary Steenburgen) si scopre all’ultimo gradino di interesse di un marito che ormai gli preferisce la vecchia motocicletta vintage. Insomma, una pena. Come se non bastasse, l’insoddisfatto quartetto delle pulsioni fisiche ancora frizzanti si consola con la lettura delle pagine delle 50 sfumature, immaginando chissà quali scenari. Il mondo però è cambiato, anzi rivoluzionato, rispetto alle loro gioventù e i partner di nuove serate si cercano sul web. Candice Bergen si affida ad appuntamenti al buio e, tutto sommato, ben gliene incoglie ma lo sconforto cresce quanto il gonfiore del marito della Steenburgen – nel film, s’intende – al quale viene ammannita di nascosto una pillolina di viagra. All’ignaro dice male perché è la polizia a fermarlo, nel disagio generale tra ambigui ammiccamenti. Tutto è bene quel che finisce bene nell’insulsa e insipida trama di questo Book club – Tutto può succedere di Bill Holderman, un giovane che pensa come gli ottuagenari visto lo sconcertante intreccio messo in piedi puntando sul fascino retroattivo di quattro dive da Oscar.

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Il poker di primedonne vanta infatti altrettante statuette che, guardate alla fine di questa commedia, risvegliano un rimpianto inconsolabile. Ricordare la Keaton, splendida partner di Woody Allen in quel capolavoro che fu Io & Annie e le valse il premio nel ’77, sembra quasi un insulto rivedendola ora nei panni di una madre pressata dalle figlie, in preda a pulsioni da teen ager alle prime uscite con un corteggiatore. Non parliamo delle due vittorie di peso di Jane Fonda che trionfò nel ’72 con Una squillo per l’ispettore Klute di Alan Pakula e nel ’79 per Tornando a casa di Hal Ashby. A completare il palmares ci si mette la Steenburgen che, pur avendo vinto come non protagonista nel 1981 per Una volta ho incontrato un milionario, rientra a pieno titolo nel gotha hollywoodiano di cui ora Book Club accentua la dolorosa nostalgia. Insomma, se si vuol vedere il tramonto di quattro dive, allora il film vale il biglietto e le due noiosissime ore scarse di cinguettii insignificanti e sterili ai quali le quattro frivole dame si abbandonano. Il cinema, quello vero, è altra cosa dalla sola industria che non solo concepisce ma addirittura incoraggia queste allucinanti prove d’orchestra di un gruppo di signore che, non avendo più altro cui attaccarsi, offendono il glorioso passato che ha dato loro lustro, fama e ricchezze. Un’occasione sprecata per starsene a casa. Loro. E naturalmente anche il pubblico.

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