mum1Il mio turbante. Il mio onore.

 

Novembre 2008. Mumbai è vittima di uno degli assalti più violenti del terrorismo islamico. Per tre giorni resta sotto scacco di un commando armato che spara all’impazzata uccidendo vittime innocenti alla stazione ferroviaria e successivamente al Taj hotel, il grande albergo internazionale di questa metropoli da venti milioni di abitanti. A distanza di undici anni di quella strage che si è conclusa con duecento morti e quasi trecento feriti. Cinquecento persone nell’arco dei tre giorni sono state tenute prigioniere dagli attentatori. Non è realtà romanzata quella trasposta sul grande schermo in Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio, prima regia dell’australiano Anthony Maras, già autore di molti cortometraggi. Il film mostra grande maturità compositiva e si pone all’incrocio tra due generi, drammatico e documentaristico. Pur avendo infatti un tono narrativo non interrotto da interviste e testimonianze  che lo sottraggono all’inchiesta vera e propria, la ricostruzione è attentamente basata su quanto registrarono le cronache e hanno raccontato i superstiti che ancora lavorano nel grand’hotel che fu teatro della tragedia. In buona sostanza un’opera che si inserisce nella tradizione corrente, perché il cinema sta recuperando e attingendo a soggetti realmente accaduti per sopperire forse a una crisi di creatività e originalità. Nella fattispecie, ne esce un quadro generale che racconta ciò che il mondo ha dimenticato. Quello di Mumbai fu l’attentato più sanguinoso dopo le Torri gemelle, anche per il panico generale causato dal tardivo intervento difensivo, che impiegò più di un giorno per fare irruzione al Taj, presidiato dai terroristi.

ATTACCO A MUMBAI (uff. st.)

Fra i testimoni che hanno preso parte alla costruzione della sceneggiatura c’è il cuoco indiano, interpretato da Anupam Kher, già nel cast di The big sick. La somiglianza fisionomica tra l’attore e il rinomato chef Hemant Oberoi ha fatto il resto conferendo alla narrazione il tono di veridicità che traspare lungo tutto l’asse delle due ore, vissute dal pubblico in totale apprensione. L’assalto e la strage sono viste con gli occhi dello staff che lavorava nelle cucine. Qui vennero pilotati i vari tentativi di salvataggio. Qui si cercò di far uscire dall’albergo chi vi si era rifugiato e da qui si assiste pure al desiderio di fuga di quegli ospiti che finirono bersaglio dei combattenti islamici, decisi allo sterminio indiscriminato di quelli che per tutto il film vengono definiti “gli infedeli”. Lo schema rappresenta una divisione che appare il tratto tematico distintivo dell’intero film. Ogni segno esteriore finisce per essere un criterio catalogativo, come l’anziana che non si fida del cameriere con il turbante (Dev Patel protagonista di The millionaireLion) il quale invece altri non è se non un umile cameriere sikh che usa quel copricapo come tradizione familiare di prestigio e rispetto. Il giovane sarà chiamato a spiegare e giustificarsi. A raccontare quella fasciatura come simbolo di solidarietà per il prossimo, speranza e coraggio. Cerca di rivelarle il suo radicato pacifismo che ha lo scopo di smentire le laceranti divisioni tra le vittime del terrore assassino jihadista pur sottolineandone la paura. Ne è conseguenza il timore che abbraccia tutti, dalla moglie musulmana di un americano barbaramente assassinato al violento combattente che si rifiuta di ucciderla pur davanti alle reiterate insistenze del cervello del commando con il quale i militanti sono in continuo collegamento telefonico.

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Attacco a Mumbai è la cronaca di un massacro indiscriminato in cui chi si salvò non ha potuto cancellare dalla mente l’orrore e la paura. Nondimeno ha reagito. Poco tempo dopo la devastazione, l’albergo ha riaperto le porte ai suoi prestigiosi ospiti con una cerimonia dal sapore amaro e allo stesso tempo come la vittoria sul nichilismo e il pessimismo. Una doppia sensazione solo all’apparenza incongruente perché contraddistinta da un altro particolare. In apertura gli spari sulla folla inerme alla stazione ferroviaria, con il doppio fine di uccidere e allo stesso tempo dirottare altrove l’allarme delle forze dell’ordine. Una scena ambientata nello stesso luogo dove fu messo in scena il balletto conclusivo di The millionaire. Una cornice che si tinge di dramma dopo essere stata più svagatamente descritta nel film di Danny Boyle. Dev Patel, protagonista dell’uno e dell’altro, ha ricordato lo choc subito nel vedere quel luogo ferito a morte. La celebre danza di “Jai Ho”, trasformatosi anni fa in un inno sfrenato per tutto il Paese, veniva irrimediabilmente contaminato dal lugubre canto delle armi. Divisioni e contrapposizioni che si fanno palpabili e si ripetono scena dopo scena, come nell’incontro tra la donna musulmana ospite dell’hotel e il terrorista o il burbero Vasili, il magnate russo playboy e il commando islamico. Un messaggio che sottintende la natura del terrorismo. Nessuno può ritenersi al sicuro. Guerra, anzi guerriglia, con un nemico che si chiama mondo.

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