Unit stills photographyUn film da solo, ecco il tuo tradimento.

 

 

L’unico “amore” che Stan Laurel non tradì mai fu l’amicizia con Oliver Hardy. Ma, come spesso accade nelle coppie, non solo artistiche, non fu ricambiato. O almeno così lo interpretò lui. La mente creativa del celebre duo, che mai si stancò di inventare storie da portare in scena, si sentì calpestato il giorno in cui il compagno di tante avventure acconsentì a girare un film per Hal Roach, pigmalione di entrambi a metà degli anni Venti. Tutto nacque da una lite fra Stanlio e il produttore che scritturò Ollio, emarginando il più esoso e velleitario compare. Era il 1938 e il tramonto del cinema muto aveva travolto le vite – non soltanto professionali – di molti attori. A cambiare non era soltanto la tecnologia ma la scelta di temi e argomenti. Il pretesto della comicità. Il desiderio di volti nuovi. Insomma, un intero sistema. Laurel & Hardy non ne vollero sapere. Resistettero. E iniziarono ad arrendersi nei primi anni Cinquanta, durante tournée teatrali che ottenevano grande successo ma scarso pubblico. Era l’inizio della fine. Poi ci si mise la salute instabile e il cuore matto di “Babe” a fermare i cento e passa chili di allegria del grande schermo. Nuovi talenti come Gianni e Pinotto divennero l’alternativa ai collaudatissimi Stanlio e Ollio, che progressivamente finirono per doversi ritirare. E se la natura costrinse Hardy a smettere, il vincolo di un’amicizia lunga una vita spinse Laurel a rifiutare la scena da solo. Lui, il compagno di mille avventure, non lo tradì nemmeno dopo la morte avvenuta nell’agosto 1957, quando furono in molti a proporgli contratti ma la sua risposta rimase la medesima. Il diniego. Quell’esile omino – coetaneo, conterraneo e dal fisico identico a Charlie Chaplin con il quale era cresciuto anche artisticamente – non calcò più la ribalta da solo. Tradì molte mogli ma rimase inossidabilmente fedele all’unico amico che mai ebbe.

STAN1@Nick Wall

Stanlio & Ollio del regista scozzese Jon Baird, già noto per Filth e attivo sul piccolo schermo inglese, è un film di maniera – e quale maniera… – sul crepuscolo di due divi della risata e della nostalgia che hanno segnato la crescita di decine di generazioni di bambini, nati con loro e dopo di loro. Un racconto affascinante che tuttavia tende di tanto in tanto a confondere i periodi pur rispettando i fatti. La dimensione cronologica risulta abbastanza appiattita e ciò sembra confondere lo spettatore che non fosse ferratissimo sulla parabola artistica di Stanlio (Steve Coogan già protagonista di PhilomenaMarie Antoinette) e Ollio (John Reilly apprezzato in The lobsterIl racconto dei racconti). Hal Roach, tratteggiato incidentalmente da Baird, fu lo scopritore dei due attori che nel 1921 recitarono insieme per la prima volta in The lucky dog, prodotto da “Broncho Billy” Gilbert Anderson. Passarono tre anni in cui i due non si rividero più finché nel 1924 si incontrarono negli studi di Roach che intuì le incredibili potenzialità dei due. Fu in quella cornice che si costituì il duo, consacrato però solo tra il ’26 e il ’27, quando uscì Duck soup, passo cinematografico d’avvio di una luminosa carriera per entrambi. Nel ’38 quando la stagione del muto stava passando sempre più di moda, Stan Laurel, vulcano di creatività artistica, ebbe un diverbio con lo storico produttore in merito a ingaggio ed emolumenti. L’unico film di Hardy in solitaria – Zenobia – risale a quell’epoca ma da Baird sembra trascinato molti anni dopo, a ridosso del tour teatrale in cui i due comici cercarono di riacquistare la popolarità appannata. Laurel, in attesa dei finanziamenti per il nuovo film, incassò il rifiuto e il ciclo di spettacoli segnò il passo d’addio della coppia.

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A disintegrarla fu la salute e poco incise la rincorsa – adombrata da Baird – al denaro da parte di due celebrati attori, che ne avrebbero cercato di incamerare il più possibile per pagare gli alimenti alle tante mogli e relativi divorzi. Se è vero il legame di Oliver Hardy con Virginia Lucille Jones, segretaria di edizione della Rko, alla quale Roach “affittò” i comici, è difficile contare le mogli di Stan Laurel che a più riprese rischiò accuse di bigamia, sposando la nuova conquista prima del divorzio dal legame precedente. Ida era la compagna di quegli anni, una figura articolata e autoritaria, al contrario del marito. Un intrigo complesso dal quale restavano comunque estranei gli assilli economici per un uomo che poteva contare su solide sostanze. Stanlio & Ollio resta comunque uno spaccato importante su due personaggi che hanno fatto la storia del cinema. Un tema autoreferenziale in cui la Settima Arte parla di se stessa e dei divi che ne furono tra le stelle più fulgide del primo Novecento, pur senza rivelare dettagli inediti alle biografie di Laurel e Hardy. Un biopic inconsueto, concentrato su un periodo limitato alla tournée inglese del 1953. Di lì a quattro anni, il traditore “Babe” se lo sarebbe portato via un cuore bizzarro, affaticato dal peso eccessivo lasciando un vedovo. Stan Laurel visse fino al 1965 ma non poté andare al funerale dell’amico perché a proibirglielo fu il medico curante. Le malelingue intervennero per svelare che i due, nella vita reale si ignoravano, ma fu il medico a consolare Laurel. “Babe avrebbe capito”. Un’amicizia sacra. Una coppia unica. E nemmeno Stanley Kramer riuscì a convincere Stanlio a fare un’eccezione. Gli propose un cameo in Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo. Non ci fu nulla da fare. Era il ’63. Artisticamente Stanlio era già morto quel giorno di sei anni prima che gli portò via l’amico Ollio.

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