ted-bundy-2f655a3Poche persone hanno l’immaginazione per la realtà  (W. Goethe)

Quelli come lui li chiamano “faccia d’angelo” e Theodore Bundy, dietro quel viso da bravo cristo, nascondeva l’indole del serial killer. Si calcola che ne abbia assassinate 26, solo per contare quelle effettivamente accertate. Forse sono state di più. Nella realtà la cifra totale oscillava fra le trenta e le trentacinque vittime. Eppure. Eppure quando vide Liz se ne innamorò perdutamente a prima vista. E non seppe nemmeno pensare di farle del male. Eppure. Eppure fu Liz – dopo aver visto l’identikit di un ricercato – a riconoscere il suo Ted e denunciarlo. Theodore Bundy finì nel maglio della giustizia per non aver rispettato uno stop. Poi il suo passato fu scandagliato con il rigore di una giustizia che non faceva sconti. Né nello Utah, tanto meno nel Colorado o in Florida. Incarcerato in varie galere Ted imitò il mito di tutti i prigionieri. Papillon. Evase a più riprese e sempre fu riacciuffato. Trascorse anni a dichiararsi “non colpevole” a dire che quelle ragazze non le aveva uccise lui. Convinse perfino Carole Ann Boone, una vecchia amica di Ted che non voleva saperne di accettare quelle maldicenze. E prese il posto di Liz, nella vita e nel cuore di quell’assassino, quando quest’ultima progressivamente si eclissò. Si sposarono pure nel corso di un processo in cui lui, Ted Bundy, difese se stesso. Avvocato difensore di un omicida che si dichiarava innocente e, grazie alla laurea in legge, poteva patrocinare il criminale che si nascondeva in lui. Quel giovane è riuscito a imbrogliare mezza America e la quasi totalità delle studentesse che in lui riuscivano a vedere solo un ragazzo piacevole, ingiustamente calunniato. Ted non confessò mai, tranne in privato. A Liz. Un attimo prima di andare sulla sedia elettrica. Smentì tutti gli addebiti ma crollò davanti alla fotografia di una delle sue vittima trovata decapitata. Ma ormai era tardi.

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Theodor Bundy morì il 24 gennaio 1989. Aveva 42 anni e gli ultimi undici li trascorse dietro le sbarre. Uccideva. Si accaniva sulle sue vittime. Ne nascondeva i corpi. Talvolta le violentava prima di ucciderle. Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger è una nuova biografia su uno dei personaggi più controversi della cronaca americana. Finora sono stati tre i titoli usciti su questo “gentiluomo”, tutti nel terzo millennio. È targato 2002 Ted Bundy di Mathhew Bright, cui ha seguito, l’anno successivo, Ted Bundy – Il serial killer di Paul Shapiro e nel 2008 Bundy: an american icon di Michael Feifer. Quest’ultima versione è impostata principalmente sul ruolo del “viso d’angelo” dalla doppia vita o meglio dal passato ingombrante. Per larga parte del film si stenta perfino a credere che proprio lui possa essere l’autore di tanti – e tanto gravi – misfatti. La narrazione è avvincente ma disorientante. Per chi non conosca il protagonista in questione, interpretato da Zac Efron – già incontrato in The disaster artistThe greatest showman – sembra quasi di essere davanti a un caso di malagiustizia mentre è il drammatico resoconto dei trascorsi di un assassino seriale. Un paradosso che rischia di tenere in bilico, fino alla fine, i dubbi sull’esatta natura del personaggio. L’impostazione spiega solo in parte, però, la scelta di glissare sulle tare pregresse di Bundy che non ha mai conosciuto il padre, mentre la madre gli ha tenuto nascosta la verità fino in età adulta, fingendosi sua sorella maggiore e affidandolo all’educazione dei nonni materni che lui ha creduto i propri genitori biologici fino alla tardiva scoperta della realtà. Una condizione psicologica che ha sviluppato nel giovane un’autentica avversione verso il sesso femminile, poi sfociata nel massacro compiuto in un lasso di molti anni.

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Il film non fa luce su questi aspetti e quello che può sembrare un difetto della sceneggiatura è invece una volontà precisa. Ted Bundy – Fascino criminale è infatti il racconto del personaggio quale traspare dal punto di osservazione di Liz, la ragazza madre che ha creduto in lui fin dal primo momento per poi precipitare in una profonda depressione man mano che le vicende giudiziarie di quello scomodo fidanzato si aggravavano. In questa prospettiva, l’intero film sembra discostarsi dal genere biografico per approfondire il ruolo della verità, pesantemente messa in discussione e quasi ossessivamente rimarcata a ogni sequenza, allorquando le richieste di informazioni di Liz sulla colpevolezza di Ted si facevano più insistenti. Una chiave che si allontana parzialmente da quanto accadde nei fatti. Bundy si è sempre dichiarato innocente ma prima della condanna ha confessato pubblicamente gli omicidi che gli vennero addebitati, collaborando per stilare un lungo elenco che, a detta dei giudici, sarebbe incompleto nonostante il numero vertiginoso di delitti. Nell’ultimo secolo e mezzo si calcola che negli Stati Uniti il numero di assassini seriali sia stato di 2.743 e in questi anni ci siano ancora dai 25 ai 30 omicidi seriali ancora in attività, liberi di uccidere.

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