imagesDiscesa e risalita dall’inferno. Prima di alcol e droga fu la famiglia, ovvero due genitori incompatibili. Un padre anaffettivo e una madre sbrigativa verso un bambino buono, al quale poco importava di altro che non fosse la musica. Ed eccelleva per talento e orecchio. Reginald, mite e affabile, divenne Elton John ma i rapporti dei suoi genitori con lui non riuscirono mai a prendere una piega di umanità e calore. Ad allevare quel ragazzino fu la nonna, l’unica a saperlo comprendere e donargli un affetto tanto grande quanto insufficiente a colmare le carenze e le lacune di una mamma e un papà che tali non sono mai stati. Una storia come tante e, come tante, finita in un baratro di dipendenze e disorientamenti. Vuoti affettivi e approdi sulle sponde di inopinate diversità. Oggi il cantante e tastierista che ha contrassegnato l’ultimo mezzo secolo di vita musicale è un uomo felice. E soprattutto sobrio. Ad aiutarlo non sono stati i suoi successi e l’ingente quantità di denaro e celebrità. Già, i soldi. Non se ne parla mai in chiave di dipendenza eppure anch’essi innescano una sorta di compulsiva necessità di fare acquisti che poco o nulla ha in comune con la soddisfazione di un sogno o il raggiungimento di un traguardo.

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Questo è Elton John che esce da Rocketman di Dexter Fletcher, attore più che regista ora quasi stabilmente passato dietro la macchina da presa. A lui si deve infatti il completamento di Bohemian Rhapsody affidato a Bryan Singer che, improvvisamente ha lasciato interrotto il lavoro, poi portato a compimento da Fletcher, che ne ha seguito le tappe fino alla fine, per poi ritrovarsi sorprendentemente escluso dai crediti per decisione della casa produttrice. Rocketman è invece un progetto a sua personale firma ed è un film che non può essere considerato un biopic a tutti gli effetti, pur raccontando la vita dell’artista. In realtà l’obiettivo tende a illuminare una prospettiva particolare – la discesa e risalita dall’inferno di alcol e droga – dalla quale si racconta parte della vita e della produzione del cantante. Non dunque uno sguardo sulla sua intera esistenza ma la scelta di una linea narrativa che privilegia un tema specifico e tantomeno un panorama sul repertorio completo a vantaggio di incursioni dosate con estrema attenzione anche quando lasciano sorpresi, come l’assenza di “Candle in the wind”, solo accennata di sfuggita. D’altronde il film non nasce per celebrare il personaggio ma raccontarlo. È questo l’obiettivo di Fletcher che, non a caso, decide di concentrarsi su un capitolo preciso della vita di Reginald Dwight e quindi sorvola sugli ultimi ventotto anni che hanno visto le nozze gay con David Furnish, insieme al quale ha avuto due bambini con il sostegno di una madre surrogata.

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Ascesa e rovina, si diceva. Il cantante – interpretato da Taron Egerton, recente Robin Hood nel brutto film di Otto Bathurst – è l’uccello che si presenta all’improvviso in una seduta di alcolisti anonimi con uno sfolgorante costume del quale si spoglia, visivamente e metaforicamente, raccontandosi. La tecnica è raffinata. Il gioco intrigante. Così Reg diventa Elton, saccheggiando nei locali londinesi un nome che non sarebbe mai potuto restare solo e vi aggiunse John, un omaggio a Lennon, all’apice del successo in quello scorcio finale di anni Sessanta. L’abilità di mettere in musica le composizioni di Bernie Taupin, così lontano da lui ma fortemente affezionato a quel timido pianista che non sapeva cosa farsene della sua vita e del suo talento, non gli furono mai negate ma il legame di amicizia, che non si trasformò mai in nient’altro pur restando inossidabile per tutta la vita, non bastò a soddisfare tare familiari, permanenti anche dopo lo scorrere parallelo e differenziato di giorni individuali. Un affermato Elton John, ormai padrone dei palcoscenici in ogni angolo del mondo, non mancò di incontrare dalla madre la frase che mai avrebbe voluto sentire. “Sarebbe stato meglio non averti mai avuto”. Scacco del precipizio. Cuore ferito. Abisso che inghiotte. Per liberarsene, serviva quel gesto. Sbarazzarsi dalle tinte forti di un uccello che perde le ali in una seduta psicoanalitica in cui Elton John è uno sconosciuto che si spoglia e si svela ad altri sconosciuti.

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Rocketman, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2019, è un buon film che paga qualche pedaggio. In primo luogo in termini di originalità. È tutt’altro che priva di precedenti la vicenda incresciosa del bambino trascurato dai genitori che si rifugia nell’alcol, più che negli stupefacenti, quando scopre la propria difficoltà a costruire una propria dimensione affettiva anche al di là dell’amore assente dei genitori. Nondimeno è impossibile travisare la realtà anche quando si derubrica a una vicenda, purtroppo comune a tanti anonimi Elton John, passati attraverso identici guai da illustri sconosciuti. Secondariamente, il regista si conferma molto gigione nel prodotto finale. È facile, anzi facilissimo, confezionare un’opera affascinante attingendo ai repertori più seducenti del rock e del pop internazionali. Era accaduto così per Bohemian Rhapsody e la favola si ripete per Elton John che tra “Crocodile rock”, “Goodbye Yellow Brick Road”, “Your song”, “Don’t let the sun go down on me”, “Pinball wizard” e naturalmente il brano che dà il titolo al film, snocciola un paio d’ore di grande musica. Ed è questo il grimaldello che seduce la platea e saccheggia il botteghino. L’arte – anche la Settima – è altra cosa. Per gli amanti di citazioni incrociate – e in questo caso indirette – va segnalato che il ricorso a “Crocodile rock”, hit di grande successo quando uscì nel novembre 1972 che fa riferimento all’album in cui è incluso. “Don’t shoot me I’m only the piano player” è infatti un richiamo diretto a un celebre film di François Truffaut, Non tirate sul pianista, con Charles Aznavour come protagonista. Uscito nel 1960 e considerato uno dei capolavori della Nouvelle vague, Elton John vi rese omaggio tredici anni dopo, nel 1973, con l’uscita del disco. Nel film non si fa il minimo cenno al retroterra della canzone. Peccato. Un’occasione perduta.

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