immagini.quotidiano.netNon sono stato io a tradire, ma la mafia a trasformarsi.

 

Il tradimento è uno di quegli atteggiamenti che possono cambiare profilo a seconda della prospettiva da cui li si osservi. Perlomeno è stato così nel caso di Tommaso Buscetta, tra i primi – se non il primo – ad aver collaborato con la magistratura e, nella fattispecie, con Giovanni Falcone. Le sue rivelazioni, che hanno portato a numerosi arresti di boss e sicari, sono state bollate come un attacco da “infame” da parte dei capibastone, ritrovatisi improvvisamente dietro le sbarre, ma il leader delle cosche perdenti, finite nel mirino dei Corleonesi di Totò Riina, ha sempre smontato il giudizio. “Cosa Nostra non è più la stessa di quando vi entrai” disse riferendosi alla guerra scatenata dal feroce padrino in ascesa, quel Riina a cui poco importava dei soldi e molto – o forse tutto – del potere e dell’autorità. Ebbene, punti di vista dissonanti ma tant’è. Buscetta ha “cantato” perché non si riconosceva più nella società sempre meno onorata di cui si era trovato a far parte. Quella che uccideva anche i bambini e non riconosceva i codici, appunto d’onore, che ne erano sempre stati appannaggio. Il traditore di Marco Bellocchio, che ha rappresentato l’Italia a Cannes, è un biopic sulla vita del primo collaboratore di giustizia che ha rifiutato di definirsi “pentito”. Perché don Masino non si è mai pentito. Semmai ha avuto nostalgia della vecchia mafia che non uccideva a caso per eliminare i rivali ma si preoccupava di dare alla gente quello che lo Stato dimenticava di offrire. Questa la sua versione, naturalmente edulcorata, su un’organizzazione criminale e non certo filantropica.

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Il film del regista piacentino mette bene in chiaro la distinzione. Non si ha mai l’impressione di trovarsi davanti a innocenti, semmai a chi ha meno colpe o responsabilità di altri. Frase da tradurre semplicemente “chi ha ammazzato meno”. Tommaso Buscetta (Pierfrancesco Favino) è il ritratto di una mafia perdente che non esiste quasi più, una società che si reggeva su crimini ma non scatenava tempeste di piombo se non proprio quando era inevitabile. Il traffico di droga e la gestione del racket della prostituzione erano i crimini più efferati. I delitti rappresentavano una percentuale inferiore alle sparatorie scatenate dai corleonesi, che avevano puntato su una “soluzione finale” nei confronti della vecchia mafia. Quella che doveva estinguersi, a cominciare proprio dallo sterminio della famiglia di don Masino. Intorno a lui una schiera di attori che ritraggono per larga parte personaggi ancora in vita. Come lo spietato Pippo Calò, che strangolò con le sue mani i figli di Buscetta. E naturalmente stralci evocativi di una delle tragedie indimenticabili dell’Italia di fine secolo, quell’attentato di Capaci visto con gli occhi dei mafiosi e il loro entusiasmo per l’eliminazione del nemico, attraverso un concetto niente affatto scontato. Anzi. Distorto dalla miopia tipica della criminalità organizzata. L’uomo passa, il Diritto resta. Uccidendo chi incarna l’avversario non si eliminano i motivi del contrasto né si assicura una vittoria certa.

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Tuttavia, del film che rappresenta la conferma dell’attenzione di Bellocchio alla cronaca – un nesso già emerso in Buongiorno notte sul sequestro Moro, La bella addormentata sul tema dell’eutanasia e in ambito storico con Vincere sugli amori di Mussolini – colpisce soprattutto quella versione biunivoca del tradimento dai contorni opposti. Se Buscetta si sente ingannato perché si sorprende ormai parte di una “famiglia” mafiosa che non ha più i connotati della sua affiliazione, i suoi rivali lo accusano di aver disatteso la tacita promessa di omertà che cementa i rapporti, tutelandone l’impunibilità. In buona sostanza due facce di uno stesso atteggiamento in perenne contrasto e lite tra loro. Non interessa certo stabilire chi abbia ragione ma sottolineare l’ambiguità di un problema dal quale nascono equivoci, capaci di inquinare perfino un giudizio sommario e complessivo sugli stessi protagonisti di quella stagione sanguinosa e criminale della vita d’Italia. Transitato senza clamori né accenni sulla Croisette, Il traditore paga il fortissimo radicamento nel tessuto italiano che lo rende molto lontano dall’internazionalità della platea e della giuria. Una scelta che isola e purtroppo ghettizza anche quella fetta del cinema di casa nostra che, oltre a registi può contare su autori, ma finisce per scoprirsi sempre troppo ancorato allo Stivale nella scelta degli argomenti. Da Dogman, sul caso del canaro della Magliana che poco ha sedotto anche gli stessi connazionali, al Traditore il passo è breve e la linea è retta. L’interrogativo è invece cercare di capire quando i nostri ritroveranno la creatività – necessaria e perduta – per proporre intrecci che esulino dalla crisi economica e da temi poco sensibili fuori dai nostri confini.

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