mor1Nella notte dell’umanità, patria di un autunno che sembra riportare alle tenebre di un Medioevo impaurito dall’arrivo dell’anno Mille, morti e vivi si confondono. Si aggrediscono. Si rincorrono. La decollazione consente agli uomini di averla vinta sugli zombi, ma quando costoro attaccano le carni nulla può resistergli. E il passaggio non è un semplice transito nell’Aldilà ma un autentico trasferimento nella schiera dei combattenti che difendono il regno dei più. Centerville è un piccolo paese, da qualche parte nell’Ohio. E, francamente, poco interessa individuarlo sulla cartina. È un villaggio come tanti laggiù. Il comando di polizia. Un drugstore. Negozi che vendono tutto e niente. Un locale dove si beve birra e caffè annacquato. Tutti si conoscono e anche chi è di strada sembra essere nato lì. Finché una notte qualcuno ritorna dal mondo perduto dei trapassati. I morti non muoiono di Jim Jarmusch che ha aperto il Festival di Cannes 2019 supera il concetto di Pet sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmayr, attraversato dall’interrogativo di fondo su dove andassero i defunti. Quella del regista di Paterson è una metafora che finisce per mettere in correlazione la società attuale come una sorta di “revenant”. Sopravvissuti dell’ultima ora che nemmeno sanno a che cosa hanno resistito. E a malapena sembrano consapevoli di quel terremoto cosmico e ambientale che ha capovolto i ritmi del giorno e quelli della notte. Altalena del risveglio degli zombie.

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Così lo sceriffo Cliff Robertson (Bill Murray che con Jarmusch aveva già recitato in Coffee and cigarettes ed è noto per essere stato uno dei volti dei vari Ghostbusters) deve stabilire che cosa ha scatenato quegli improbabili delitti nella sua contea. A indirizzarlo tra iniziali stupori e perplessità è Ronnie Peterson (Adam Driver già nel cast di Paterson per Jarmusch e protagonista sulla Croisette anche un anno fa con BlackKklansman di Spike Lee). Sa tutto di zombi e ne riconosce l’intervento all’istante ma, più che sulla paurosa collega Mindy Morrison (Chloë Sevigny già apprezzata in Melinda e Melinda di Woody Allen e recentemente in Charley Thompson), può contare su uno strano impresario di pompe funebri, un’inquietante Tilda Swinton che conosce i segreti virtuosi della katana e non ha paura di decapitare quei morti viventi. Insomma, il mondo è sottosopra e questo è il punto a cui vuole arrivare il regista. In un universo che l’umanità ha modificato, tutto impazzisce. Perfino il rapporto con i cari che furono. Mindy si trova davanti vecchi affetti cari e il braccio di ferro fra vita e morte non aiuta a risolvere il rebus. Per non soccombere, occorre uccidere due volte ma che fine potrà mai fare questo mondo malato… Jim Jarmusch lascia che a raccontarlo sia Bob (Tom Waits, cantante e attore incontrato ne La ballata di Buster Scruggs, film tv dei fratelli Coen venduto a Netflix e Old man and the gun) l’eremita che guarda il mondo da lontano. Se ne sta defilato. Racconta gli altri, osservandoli da una tribuna che non a caso è il bosco. Il luogo dove ci si nasconde e ci si perde. Un limbo impenetrabile. Bob è la voce guida, il saggio che ha perso la pazienza. Il rigurgito di un mondo che non si arrende e, piuttosto di finire stritolato nella morsa dei trapassati contro i viventi, si eclissa.

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I morti non muoiono è una miniera di citazioni selezionate. La più evidente è quella che si ricollega al filone degli zombie di George Andrew Romero, autore de La  notte dei morti viventi, al quale si richiama espressamente la locandina del film, con la mano che spunta dal terreno. Un sentiero che comprende molti altri titoli da ZombieLe cronache dei morti viventi, tutti della stessa mano e tutti riconducibili a medesimi argomenti. Dalla prospettiva musicale, il titolo originale del film, The dead don’t die ricalca la canzone di Sturgill Simpson e sembra includere anche la figura di Iggy Pop, uno zombi dell’universo punk, espatriato anche nella Settima Arte, che qui sembra recitare la parodia di se stesso. Il percorso dalle sette note al grande schermo non si circoscrive a questa controversa figura di artista. È destino comune allo stesso Tom Waits e a RZA, tra i fedelissimi di Jarmusch. Il piccolo villaggio di Centerville ha gli stessi caratteri di Paterson, dove era ambientata la vicenda della coppia Adam Driver-Golshifteh Farahani con il primo, presente in entrambi i film. Torna quindi un mondo piccolo che è una struttura in scala ridotta di un pianeta dove tutto si è dissolto. E i vivi hanno guastato quello che potevano rovinare, salvo trovarsi risucchiati nel vortice degli inferi. Un tema affrontato con una chiave di lettura pessimista che si stempera nell’ironia garbata della recitazione e della sceneggiatura. Ma la fine del mondo resta. O forse resta solo la fine di un mondo.

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