UnknownNoi vediamo solo quello di cui siamo veramente consapevoli.

 

Contrasto. Questo è il significato del polacco “powidoki”, termine dai molteplici versanti interpretativi e applicativi nel film di Andrzej Wajda che adotta questa parola come titolo originale, da cui deriva la traduzione italiana Il ritratto negato. E i contrasti sono molti nella vita e nel dramma di Wladislaw Strzeminski, artista e coautore della “Teoria dell’Unismo”, poco noto oggigiorno soprattutto al di fuori della Polonia. Eppure quell’indomito maestro a dispetto della sua disabilità – era privo di una gamba e un braccio per ragioni che il pittore non ha mai ufficialmente reso noto anche se si ritiene siano collegate alla prima guerra mondiale – è diventato un simbolo delle vessazioni staliniste che martirizzavano luoghi e persone. Eppure Strzeminski, nonostante questi pesanti handicap, era considerato un “messia dell’arte” dagli studenti che ne seguivano lezioni anche di vita. Poco incline a sottomettersi alle pressioni sovietiche del secondo dopoguerra, quando il suo Paese era stato completamente asservito al Cremlino, il maestro si ritrovò bersaglio degli anguilleschi tentativi dell’autorità di ridurlo alla ragione. Una strategia sfociata nella morte di questo dissidente che mai accettò di piegare il suo libero pensiero, perfino quando fu devastata la galleria delle sue opere e gli venne negato il cibo. La fine di Strzeminski è stata la dimostrazione che anche il comunismo, alla stregua di altre dittature novecentesche, ha ucciso chi non si adeguava. Uomo, prima che pittore e docente all’Accademia, si trova emarginato dal mondo dell’arte che lo priva pure della tessera associativa, ostacolo per l’acquisto dei colori con cui dipingere, mentre il ministero lo estromette lentamente e implacabilmente dall’insegnamento.

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Il ritratto negato è un nuovo incontro del cinema con il mondo dell’arte in un momento in cui quest’ultima  è diventata motivo di ispirazione sempre più frequente. Il film può difficilmente essere definito un biopic perché poco si conosce di questo pittore polacco, a partire proprio dalle ragioni delle sue menomazioni fisiche che peraltro non gli impedirono di continuare a “plasmare” nuove opere. Si potrebbe quasi parafrasare che dove non ebbero nefasti effetti le amputazioni, ben maggiori intralci produsse la politica con lo schiacciamento di chi non sottostava alle imposizioni. Contrasti, come si vede. E come viene evocato dal titolo originale. Contrasti che contagiano il libero pensiero e la famiglia. Senza più una moglie e con un figlia a carico, Strzeminski assiste anche all’allontanamento della bambina. La povertà è peggio del collegio in cui viene ospitata e rivestita. L’uomo resta solo con le sue idee. Un futuro che odora come il presente marcito di ideologie sbagliate. E una politica che interviene e penetra nelle vite e nella quotidianità, bloccando i canali di approvvigionamento. Il cibo per nutrirsi. I colori per alimentare la creatività e l’arte. Fino al crollo dell’uomo che si rivela il tramonto della civiltà. Contrasti che ancora contaminano vite, in cui piccoli innocenti vengono risparmiati ma si lascia morire una persona che non accetta di vendere la propria mente. Strzeminski muore a 59 anni, a breve distanza di tempo dalla donna che aveva sposato, quella Katarzyna Kobro, sulla quale Wajda non insiste, anch’essa un’esponente importante dell’avanguardia polacca.

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Strzeminski, nato a Minsk in Bielorussia, patria di Chagall, anch’egli evocato nelle riprese, è stato l’ultimo progetto cinematografico di Andrzej Wajda, autore che nel corso della sua lunga vita si è ripetutamente occupato della storia polacca, raggiungendo uno dei picchi più alti della sua poetica con Katyn (2007), che ebbe una candidatura anche all’Oscar. La vita dell’artista, soggetto di questa sorta di testamento del regista, ripercorre una storia di frontiera, tratto connettivo che allaccia la vita di Strzeminski con quella dello stesso Wajda, originario di Suwalki al confine con la Lituania, e perfino quella di Chagall. Anime contese, tutte a loro modo contrastate come le tinte astratte dei quadri di questo pittore, in stridente contrapposizione al grigiore che attraversa l’intero film e ritrae una nazione oppressa dal comunismo stalinista. Un personaggio mai dimenticato e sempre in scena nelle opere di Wajda, che prese posizione anche all’epoca della nascita del sindacato libero di Solidarnosc con due film – L’uomo di marmo (1976) e L’uomo di ferro (1981) – nel secondo dei quali Lech Walesa compare direttamente in scena interpretando se stesso. Il ritratto negato si inserisce a buon titolo anche nella filmografia sulla dittatura nel secolo breve. Una nuova incursione in un filone che continua a esplorare un capitolo storico, adesso messo in luce attraverso l’esame delle conseguenze nefaste che produsse.

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