imagesIl diavolo esiste. Non è quello con le corna e la coda ma un essere impalpabile che si nasconde dietro volti e corpi, spesso conosciuti. Talvolta addirittura familiari. Ha mille nomi il demonio ma uno solo è il suo significato. Il Male. E in questa prospettiva si può meglio comprendere perché, fuori di favolistica metafora, non è poi così fantasioso affermare che anche lui fa parte di questo mondo e non soltanto dell’immaginario. Tantomeno appare peregrino chiamarlo con il titolo di “signor” che odora di bestemmia e sacrilega deferenza. Ma proprio questo omaggio, incauto e fuori luogo, si spiega con quella sua natura, profondamente collegata all’animo umano e alle sue tentazioni e perfidie. Celate sotto rassicuranti e apparentemente stimabili fattezze. Il signor diavolo di Pupi Avati svolge esattamente questa tesi inquadrando il contesto rurale del Polesine e di quella porzione di terre a metà tra Emilia Romagna e Veneto. L’altra faccia della patria di Peppone e don Camillo, dove pure esistono preti, strozzapreti e mangiapreti in un viluppo che distingue nitidamente la chiesa dai suoi ministri. Alla prima, per lo più assente, fanno da contraltare i secondi, ben inquadrati e strutturati. E, naturalmente, alle prese con Belzebù.

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Per l’omicidio del mostruoso Emilio, creatura deforme, figlio di dubbio biologico concepimento di un’aristocratica (Chiara Caselli), viene inquisito un ragazzino, Carlo. La storia che racconta al giudice è di quelle che intrecciano superstizioni popolari, dicerie e sgarbi tra coetanei che oggi si chiamerebbero bullismo, ma – nel ’52 – termine e significato erano ancora sconosciuti ai più. Il bambino perde il compagno di giochi, Paolino, che nel giorno della Comunione viene sgambettato e costretto a calpestare la particola. Mai ripresosi dal trauma psicologico e fisico, il giovane muore promettendo a Carlo di tornare a farsi vivo con lui ma quest’ultimo viene a sapere che l’unico a poterlo mettere in contatto con l’aldilà e il suo amico è proprio Emilio. A dover togliere il velo all’intreccio è un ispettore del ministero, chiamato a non disperdere fedeli e soprattutto voti democristiani nelle imminenti elezioni. Il segreto però si nasconde nella chiesa del paese e il sagrestano (Gianni Cavina) che ne conosce le origini e i pericoli più del parroco, sarà l’unico in grado di metterci una pietra sopra. Tuttavia, siccome il male è sempre in agguato, l’interrogativo si trasforma. Quella lapide tombale è davvero un bene…

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Il film è figlio di tante madri e ricorda il Guareschi dei piccoli grandi eroi quotidiani ma si richiama al Polanski di Rosemary’s baby nella scena iniziale del neonato divorato in culla. Fa il verso a tante creature inquietanti, repellenti e ricorrenti nell’horror, al punto che Pupi Avati torna – a molti anni di distanza dai suoi esordi nel genere – con un’opera tratta da un romanzo da lui stesso scritto. Il signor diavolo è quindi difficilmente catalogabile e appartiene alla commedia, nella stessa misura in cui esibisce tinte gotiche, drammatiche e orrore, più visivo che emozionale. Perché non si muore semplicemente ma si viene divorati, dilaniati, sbranati. Come la superstizione e le dicerie che fanno a brandelli le relazioni umane e perfino gli affetti. Il collegamento si allarga anche al divino e al soprannaturale, in parte perché le credenze popolari si allacciano alla fede come distorsione di quest’ultima e ricerca di una componente magica che esaudisca miracoli su ordinazione, in parte per quel confine segnato dall’esorcismo, introduzione di un nuovo tema, il Male che si annida in ogni essere vivente, trasformandolo in un mostro, accucciato dietro le pietose sembianze di chi ha dovuto soffrire i sinistri colpi del destino. Emilio rappresenta proprio questo. Non più il diverso che si distingue dalla moltitudine, prospettiva in cui taluni occasionalmente sono portati a interpretarlo, ma la culla del Maligno, come terminale della sua indefessa opera in grado di trasformare l’uomo e la sua natura. Da creature benevole a rapaci il passo è breve e Pupi Avati lo indica con chiarezza. Nel film non esistono buoni e cattivi ma personaggi oscillanti che divengono l’uno e il suo contrario con grande agilità. Una nuova deviazione dalle categorie istituzionali per porre l’accento sulla fragilità delle coscienze in rapporto ai desideri terreni e alla facilona credulità, come nel caso del piccolo Carlo che spera di ritrovare l’amico scomparso e, quando si accorge delle inutili garanzie offerte da Emilio, preferisce ucciderlo per vendicarsi del tranello. È la storia dell’uomo che ha ribrezzo di se stesso quando si vede specchiato in un’immagine che ne riproduce il volto impresentabile, senza sapere che è il suo.

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