CH13Molte persone pensano che gli anni Sessanta siano finiti il 9 agosto 1969.

Forse fu il diavolo. O semplicemente un criminale baciato velenosamente dalla follia. Certamente fu uno dei più truci delinquenti della storia dell’umanità, uno dei pochissimi a non farsi amare da nessuno e a compattare tutti contro di lui. Charles Manson è morto nel 2017, pochi giorni dopo aver compiuto 83 anni, 42 dei quali trascorsi in una cella. Scampò alla pena di morte per un caso. L’anno successivo al processo in cui i giudici lo inchiodarono al suo ruolo di mandante del delitto di Sharon Tate e dei suoi amici, nella strage di Cielo drive del 9 agosto 1969, la California cancellò la pena capitale. E Manson rimase in vita. Oltre i limiti più ottimistici di quanto consentirono le sue macabre gesta. Perché, se materialmente non fu il responsabile di quegli eccidi, ne fu l’ispiratore e l’ideatore. E gli Stati Uniti – come il mondo intero – non gli perdonarono nulla. Mai. Pur risparmiandogli la vita a causa di quella legge che trasformò in ergastolo la sedia elettrica. A cinquant’anni da quelle vicende, due film rivisitano la strage di Hollywood in cui morirono la ventiseienne moglie di Roman Polanski incinta di otto mesi, l’amico parrucchiere Jay Sebring e tre ospiti dell’attrice in quel momento, Abigail Folger, Wojciech Frykowski e Steven Parent. La rivisitazione dei fatti elaborata da Quentin Tarantino in C’era una volta a… Hollywood è preceduta da Charlie says di Mary Harron, che ha firmato American psycho, Ho sparato a Andy Warhol e lavora con regolarità alla tv americana dirigendo la serie Six feet under.

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La comune di Spahn Ranch, evocata dal regista italo americano, diventa per la Harron il centro del racconto, che si sviluppa attraverso il dialogo della psicologa Karlene Faith con le tre assassine di Manson la sera di Cielo drive. Dal loro incontro nasce una testimonianza, senza veli né reticenze, su quello che fu la “Famiglia” hippie prima del massacro. Un nome che non fu scelto dal criminale ma assegnato successivamente dagli inquirenti, per ritrarre quella collettività di disadattati, in prevalenza donne, che finivano soggiogate dal guru. L’azzeramento dell’ego, predicato da Manson, era in realtà una sorta di sottomissione totale alla centralità e alla volontà di quel “paparino” che si approfittava dei seguaci sotto ogni prospettiva. Eppure il suo carisma e il suo fascino erano irresistibili. Merito – o forse colpa – di una abilità dialettica estremamente rara e soprattutto del passato angosciante di chi vi approdava. Deluse dai genitori, abbandonate o talvolta reiette della società, sono state una cinquantina le ragazze che hanno creduto di trovare un approdo sicuro e un benefico asilo alla scuola di quell’uomo con una sfilza di precedenti alle spalle per vari reati, prevalentemente contro il patrimonio e lo sfruttamento della prostituzione. Tuttavia, per tanti ego, cancellati entrando a Spahn Ranch uno ne rimaneva solidamente in vigore. Quello del predicatore. Il “sacerdote” di Satana che imponeva agli altri ciò che non applicava a sé.

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Un equilibrio psicologico che infondeva sicurezza a giovani donne in cerca di protezione e soprattutto ideali. La droga – marijuana e lsd – le proiettava in un universo parallelo e offuscava loro il cervello al punto di impedire il discernimento tra bene e male. I massacri furono una conseguenza di quel clima in cui l’unica regola era vivere senza regole. Prive dell’onta di giudizi. Una sorta di rinascita in un universo in cui rinnegavano perfino loro stesse e il loro passato. Venivano ribattezzate e introdotte a nuovi rapporti affettivi e sociali, sgrondate da contaminazioni moralistiche. Senza cadere nel pecoreccio e ancor meno nel sanguinario o nel granguignolesco degli eccidi, Charlie says fa luce su un meccanismo di pressione psicologica su cui lo spettatore si deve interrogare. Pur senza nulla togliere alla gravità dei crimini commessi, appare evidentissima l’incapacità di intendere delle ragazze, avviate a quegli omicidi. E allora, come avrebbe agito chiunque fosse stato attirato dalle seducenti parole di quel pazzo, in un periodo magari delicato della propria adolescenza e gioventù. Età particolarmente a rischio di pericolosi cedimenti. Un quesito che giace e riposa sul fondo dell’animo di chi guarda il film, con la certezza che non sarà possibile uscirne con indifferenza.

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Il film della Harron è anche altro. E molto di più. Gli incontri di un’insegnante che nasconde vesti di terapeuta pongono l’accento sull’indole e la natura – intellettiva oltre che materiale – delle tre colpevoli rinchiuse in cella. Le assassine appaiono serene in quanto non si rendono conto di ciò che hanno commesso. La reclusione è solo un periodo da trascorrere, in attesa del grande caos preannunciato dai testi di Helter skelter dei Beatles – ai quali si fa largo riferimento – destinati ad anticipare il governo mondiale della “Famiglia” di Manson. Ebbene, questa aspettativa apocalittica, non conduce le tre donne a un esame morale interiore. E in questo senso, la prigione fallisce il suo compito – secondo la tesi della psicologa nel film – perché lascia che le colpevoli possano ancora ritenersi vittime di un sistema a loro contrario. Il percorso si rivelerà così un viaggio verso il punto di non ritorno. Destrutturare e distruggere il telaio di falsità, costruito nelle loro menti da Charles Manson, significava porle davanti all’irreversibilità assoluta. Al perenne e immodificabile stato della loro detenzione. E al crollo immancabile di un mondo vero soltanto nelle parole di un pazzo. Il guru è morto di vecchiaia nel 2017, preceduto da Susan Atkins, stroncata da un tumore al cervello nel 2009 a 61 anni. Leslie Van Houten e Patricia Krenwinkel – 70 e 72 anni rispettivamente – sono tuttora in galera.

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