imagesLa mia speranza è costruire un ponte per le mia ambizioni, non un muro fra me e la mia famiglia.

“Pakis out”. Gli inglesi non sono mai stati fantasiosi nemmeno nella protesta. E quella razzista dei thatcheriani degli anni Ottanta sembra riecheggiare ancora oggi. Eppure i tempi del film sono lontani una trentina di anni abbondanti. La “Lady di ferro” che teneva i britannici a stecchetto aveva le sue belle gatte da pelare con gli immigrati che non avevano il volto massiccio di oggi. In molti li detestavano, in pochi li tolleravano. Storia di un’insofferenza atavica da ex colonie. Il rapporto Inghilterra-India-Pakistan è stato dei più sofferti e si trascinava ancora. Ma l’interrogativo ha un altro colore. Ha senso parlare di discriminazione per gli immigrati di seconda generazione… Gurinder Chatha – acclamata firma di Sognando Beckham e soprattutto Il palazzo del viceré, proprio su questo tema – torna a toccare il tasto con Blinded by the light, un titolo che strizza l’occhio a una canzone di Bruce Springsteen, anima antirazzista in una favola a sfondo musicale, seducente per la colonna sonora, a dispetto di un intreccio sicuramente suggestivo ma decisamente scontato.

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Luton, periferia aeroportuale di Londra, è un crocevia di arrivi e partenze. Come gli aerei che atterrano e decollano da uno degli scali più insulsi e decentrati della Gran Bretagna. Javed, figlio incompreso di una famiglia pakistana che sbarca il lunario grazie al lavoro di stiratrice della madre e quello di operaio del padre, è allevato dai genitori nella ortodossia dei principi musulmani ai quali sia lui sia la sorella si sottraggono di nascosto. Deriso e burlato dai coetanei, privato del sogno di una fidanzata ed emarginato a scuola, il ragazzo trova tre inattese sponde a salvarlo. Una compagna di banco, cresciuta in una famiglia tradizionalista ma aperta a culture diverse dalla propria, un coetaneo di etnia sikh che lo introduce nel mondo del Boss e un’insegnante, abile nelle critiche ma altrettanto solerte nel valorizzare le qualità letterarie di quello studente asiatico con tanta buona volontà e scarsissima sicurezza nei propri mezzi. Ad attendere Javed saranno giorni di incomprensioni. Il padre non vuol saperne delle velleità di quel figlio che trova la sua strada nella scrittura, la sua musa in un cantante rock americano e l’amore in una fanciulla così diversa e così uguale a lui. Da “Dancing in the dark” a “Born in the Usa” e appunto “Blinded by the light”, oltre a molti altri successi di Springsteen, la colonna sonora degli anni Ottanta del Boss si coniuga ai giorni di Javed, costretto a scontrarsi con l’amore. Il lavoro. Le discriminazioni. I sogni. E naturalmente un papà decisamente retrogrado. Siccome tutto non è mai sclerotizzato né ossidato per sempre, le cose cambiano. Nel presente come nel futuro. E il lieto fine condisce una fiaba che non riesce ad essere drammatica nemmeno nei momenti più bui.

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Blinded by the light sottolinea molti tra i temi più dibattuti. Il razzismo, si diceva. L’intolleranza di allora ricorda quella di oggi a varie latitudini e il desiderio di affrancarsi a una sorta di emarginazione ingiusta fa leva ancora una volta sull’aiuto di coetanei, divisi anch’essi fra retrivi repressori, condiscendenti ma altezzosi vicini di casa e solidali amici dell’ultim’ora. E quell’equivoco irrisolto. Chi è nato in Inghilterra da genitori immigrati può forse dirsi straniero… Mistero per dietrologi.  Il buono vince, come in ogni idillio che si rispetti e la fidanzata diventa una discreta mediatrice fra le incomprensioni familiari di Javed. Un poverocristo che non conosce la parola “resa” nemmeno quando è il pessimismo a conquistarlo. Insomma, un discreto film con il rammarico per quello che poteva essere e non è stato, visto che le premesse di un’opera di grande livello c’erano tutte ma il risultato è poco di più di una buona commediola. L’apporto della musica risulta ancora una volta fondamentale. Il cinema recente lo ha dimostrato con i Queen (Bohemian rhapsody) ed Elton John (Rocketman). Un repertorio eccellente richiama il pubblico. Gurinder Chadha, troppo intelligente per non intuirlo, l’ha messo in pratica con un altro divo del rock mondiale. E soprattutto ha raccontato anche parte di se stessa, nata a Nairobi ma di origini indiane, cresciuta nei sobborghi di Londra da quando aveva due anni e cittadina inglese, insignita nel 2007 dell’Ordine dell’Impero britannico. La famiglia – e soprattutto la provenienza – non si dimentica. E gli ultimi due titoli della filmografia della regista lo dimostrano.

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