images-1Porta a casa i soldi, Martin. Non i libri…

Martin Eden non è un nome napoletano. Tuttavia può capitare che lo diventi. Non è nemmeno lo pseudonimo di Jack London. Benché, a suo modo, lo sia stato. Martin Eden, insomma, può essere nessuno e tutti insieme. Distintamente o indistintamente. Un crocevia di infinite vite e ambizioni. Speranze deluse. Voltafaccia. E Martin Eden si trasforma in un prototipo che esiste nella finzione letteraria e al cinema. Resta una falsariga. O forse una riga falsa, staccata dal resto dell’universo contro il quale, a sua volta, all’improvviso si ribella. Martin Eden di Pietro Marcello, in corsa a Venezia per il Leone d’oro, è la storia dell’ignorante che vuol farsi scrittore. La sfida all’irraggiungibile. La meticolosa pazienza dell’apprendere. E, quando si tratta di capire che la cultura non è nozioni, il vortice entra in crisi. La volontà non s’incrina ma non ci sono più sconti, pronti per chi non ha saputo spingere il cuore oltre l’ostacolo. Elena, la piccola innamorata che Martin (Luca Marinelli, già apprezzato in Ricordi? e Una questione privata) conquista con il suo candore di ragazzo di strada nelle pause di marinaio di lungocorso, è la sponda inarrivabile. L’aristocratica borghesia, lontanissima dall’umile mozzo, è un approdo impossibile e il sentimento si spezza. va in frantumi come l’imbarazzo del negarsi. Imporre un confine fra l’altolocata e il bassofondo sociale. Elena e Martin non sono coppia per tutte le stagioni e il loro sole è destinato a non splendere. Dissolversi nell’ira. Stemperarsi nel livore di un piccolo che si è fatto grande e – sempre all’improvviso – respinge chi è stata obbligata a respingerlo. Convenzioni, non convinzioni.

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Martin Eden non è un nome da napoletano. Né da ragazzo di fatica in tolda. Come del resto non lo sono gli anglosassoni. Martin Eden è un tempo che scorre e, dietro la fisionomia di quel giovane, nasconde tre tipologie di uomo. Il giovane ingenuo e volenteroso che è arrivato alla terza elementare e vuol spingersi oltre, pur se con poche risorse e lo spirito indomito dell’autodidatta. L’uomo che impara i meccanismi dei soprusi, trova un maestro in Russ Brissenden (Carlo Cecchi, l’ultima volta sul set in Miele) il vecchio saggio, che ha già percorso sentieri di vita, politica e polemica. E a Martin indica la strada del carattere. Affermazione autoritaria del sé, lontano da pregiudizi e conformismi. Da proteste e tempi vuoti, pieni di tutto e di niente. Infine, la consacrazione. Martin diventa Eden, l’autore acclamato che si fa beffe di sé e degli altri. Di un pubblico che lo acclama e, allo stesso tempo, ne cerca il tallone d’Achille. Il punto debole. La vulnerabilità. Al protagonista non resta che un faccia a faccia provocatorio. Tra il presente fatto di volti meteore e un passato in cui ricompaiono coloro che ne hanno punteggiato gli intoppi. La modesta Maria che gli offrì un tetto quando non ne aveva. Il vecchio amore. Elena, la ritrosa che aveva ucciso il cuore davanti alle differenze sociali. Una nuotata verso il nulla riporta l’uomo alla sua dimensione. Reietto come lo era l’ignorante prima, l’apprendista successivamente e quindi lo scrittore acclamato e denigrato da parole di critica.

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Martin Eden è un destino. Quello che travolse Jack London, il meno fortunato tra gli scrittori americani della sua generazione. Il rinnegato dal successo nonostante romanzi di grande presa popolare. Il destino è così, si volta dall’altra parte e, quando non serve più, sorride. Il film di Pietro Marcello, già apprezzato per l’ode all’Italia ruspante di Bella e perduta, mette in mostra i caratteri di un’erudizione profonda e attraverso filmati d’epoca ricorda le rivolte sul lavoro, la nascita del socialismo ed Errico Malatesta, scrittore appunto e teorico dell’anarchismo. Stralci di storia e di società in un incrocio che lascia incontrare lo ieri e l’oggi tra la cronaca del primo e la finzione del secondo che si pone come parametro assoluto e scongiura il crucifige di un protagonista dal nome anglosassone e il timbro vocale lazio-campano. Scorci di bassifondi che intersecano il tempo, dimensione trasversale che tocca la vicenda di Martin Eden. Incompreso. Arrogante. Penalizzato. E discriminato. Vittima di sé stesso e chi non ha voluto – né saputo – offrirgli credito.

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