Unknown-2La famiglia non è sangue, è amore

Un paio di orecchini dispersi nel tempo ma non nella memoria. La bussola per conquistare tracce di un sé pellegrino restano a ricordare che, in fondo, non ci si perde. Neppure quando tutto farebbe pensare che vada così. A Eurìdice Gusmão capita di non rivedere mai più la sorella Guida. Scappata con un marinaio greco che le aveva fatto credere di essere l’Amore, si era ritrovata con un bimbo in grembo e un pugno di mosche in mano. Al rientro in casa, da dove era fuggita di soppiatto, tra le pieghe di una festa dei genitori, Guida scopre la condanna e la punizione. Il disinteresse. L’espulsione. La cacciata. E forse la peggiore delle pene possibili. Non potersi ricongiungere mai più all’amata sorella minore. Il severo e intransigente padre Manoel le fa credere che Eurìdice è partita. È a Vienna per inseguire il suo sogno di diventare pianista e impedisce che le figlie possano ritrovarsi. La vita fa il suo corso, seminando coincidenze. Sfasature. Abbracci mancati. Coltiva amarezze e alimenta il dolore. Ma intanto. Inesorabilmente. Scorre. Scintillio di lacrime soffocate. E rincorse insoddisfatte. Lunghe una vita e instancabili come soltanto il sentimento inestinguibile è capace di essere.

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La vita invisibile di Eurìdice Gusmão del regista brasiliano Karim Aïnouz, meritatamente premiato come miglior film nella sezione “Un certain regard” al festival di Cannes 2019, tocca dramma e melodramma prendendo il meglio dell’uno e dell’altro. Vagamente autobiografico, in quanto Aïnouz è figlio di una ragazza madre, alla stregua di Guida, l’intreccio si ricollega al romanzo di Martha Batalha, un genere narrativo con il quale l’autore sostiene di non trovarsi in grande dimestichezza. Il risultato sembra contraddirlo ampiamente perché suggestione ed emozione diventano un tutt’uno omogeneo dall’inizio alla fine e le quasi due ore e mezzo di proiezione sono cancellate dall’alto tasso estetico e dall’immediato innamoramento per ambienti e protagoniste. La cornice è quella di un Brasile ormai perduto, all’inizio degli anni Cinquanta, quando il primo rapporto sessuale di una donna faceva rima con una contraccezione inesistente. Il timore di diventare madre prematuramente. L’angoscia di confrontarsi con una società fortemente patriarcale, dove l’uomo era espressione di un machismo assolutizzato. E tutto l’insieme frenava l’approccio perfino nella prima notte di nozze. Essere donna e madre allo stesso tempo significava rinunce e le due sorelle ne sono, a loro modo, il ritratto – duplice e opposto – di una stessa vocazione, sfociata in esiti diversi. La normalità di Eurìdice e lo spirito libero di Guida. Anime contrastanti di un legame tuttavia intangibile. L’amor fraterno. I sogni di affermarsi nella musica e quelli di diventare ottima mamma e moglie si ammalano di quel furto sentimentale, perpetrato dal padre che ha allontanato Eurìdìce dalla sorella, nel momento in cui un identico dramma si compie all’inverso. E Guida, seppur consapevole dei propri errori, si trova davanti l’incomprensione e la negazione del perdono.

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Un dramma raccontato da una prospettiva nuova e inconsueta, attraverso le occasioni mancate di Eurìdice e Guida che inciampano in un percorso di coincidenze al contrario, cui solo lo spettatore assiste. Esiste una verità che il regista non ha il coraggio di raccontare alle due donne protagoniste. Il silenzio del dramma incosciente di esserci senza vedersi. Aïnouz, almeno lui, le perdona ma insegna al pubblico come rendere vano un abbraccio a distanza di anni e bugie. Ma non di centimetri. Dilatati dalle menzogne del padre Manoel che architetta falsità per dividere le figlie, grazie a un destino vigliacco e sottile, complice di questo scriteriato piano che non conosce pietà né equità. Punisce immeritatamente Eurìdice, nella stessa misura in cui tocca ingiustamente Guida, infliggendo un’apocalisse psicologica a entrambe, frutto di un rancore accecante. La prospettiva di un cupio dissolvi duplice e indiscriminato non concede attenuanti, nemmeno generiche, a quel figliuol prodigo in gonnella. Guida accetta di sottomettere la propria vita al suo errore di gioventù e forse per questo andrebbe assolta ma è ancora una volta la cecità della giustizia paterna a opprimerla con gravoso contrappasso. Amore e colpa, insomma, viaggiano di pari passo, a livello rappresentativo e tematico, in un impianto che trova plausibilità nell’arretrato Brasile anni Cinquanta ma sorprendentemente potrebbe calarsi senza sbavature in qualsiasi società. Le due sorelle non sono soltanto il ritratto di qualsiasi coppia di affetti familiari, spezzati e divisi dall’uomo. Costituiscono l’eccesso del giudizio. La preponderanza della pena. Come spesso accade quando è il singolo ad arrogarsi diritti che non gli competono. E sarà un monile, un paio di orecchini, disperso nel mare del tempo e dei sentimenti, a diventare la bussola dei legami perduti. Tratto d’oro di un cuore perduto che ha affidato alla testimonianza e all’intimo valore della dolce eredità di una nonna, la chiave per ritrovare la strada di casa. Quella che la durezza di un padre crudele aveva tentato di chiudere per sempre.

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