imagesIo ci provo…

 

Un sogno. Narcosi della realtà. Il cinema inventa favole e rimescola le carte di un mazzo non sempre foltissimo. In uno scorcio di secolo in cui latita la fantasia e gli spunti sono storie vere tradotte sul grande schermo senza troppi innesti, c’è anche chi immagina. E vorrebbe correggere una realtà sgradevole. Disturbante. Odiosa. Un delitto che ha lasciato tracce indelebili, quello di Sharon Tate nell’eccidio di Cielo drive, che la losca “Famiglia” di Charles Manson trasformò in un inferno, una sera d’estate di cinquant’anni fa. Accanto a Charlie says di Mary Harron che ricostruisce i retroscena dei disperati di Spahn ranch, attraverso analisi e testimonianze di quelle dannate protagoniste, i voli pindarici di Quentin Tarantino raccontano la storia che non è stata. La Hollywood  di quella fine anni Sessanta che forse, proprio da quella strage, ha iniziato a essere completamente diversa dall’attuale. Addio poesia, macchiata di sangue. E famigliole al confine con la trasgressione. La diabolica e devastante follia degli adepti di Satana ha cancellato quel mondo con un colpo di spugna intriso di crudeltà. Mezzo secolo dopo, quei delitti diventano altro. Perché altro è l’oggi. E altri sono i cuori di chi ricorda e di chi ha ascoltato i racconti, non essendo ancora nato. E altro ancora è lo sguardo disincantato di Quentin Tarantino. C’era una volta a… Hollywood è uno spaccato sulla Mecca del cinema, non solo la storia di uno sterminio che nemmeno la morte di Manson, avvenuta nel novembre 2017, è stata capace di offuscare.

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Un capolinea tra modi diversi di fare cinema alle soglie di un futuro che avrebbe relegato il genere western alla serie B della Settima arte. E siccome il regista italo-americano ha sempre avuto un debole per i cosiddetti B-movie, la riscrittura dei fatti diventa il dramma di personaggi che nulla c’entrano con la famiglia Polanski. Leonardo Di Caprio è Rick Dalton, divo del far West al tramonto, costretto a riciclarsi controvoglia negli Spaghetti western. Uno che in Italia trova moglie e dopo sei mesi torna a Los Angeles in quella maledetta estate del ’69, dopo aver lasciato la sua controfigura Cliff Booth (Brad Pitt) come tuttofare in casa sua. L’intervista per la tv con cui il film si apre rappresenta il dolore di un attore ormai indesiderato. Una macchietta che copia se stessa, aggrappata a un passato che si ostina a tenere vivo. È un vecchio produttore (Al Pacino) a infliggere l’ultima coltellata a una fama malata e impolverata. Accanto a lui, il suo stunt-man è l’icona e l’immagine di chi non aveva talento per diventare un mito ma possedeva il coraggio per far diventare un altro l’eroe che non è mai stato. Fotogrammi di nostalgia nascosti in quell'”io ci provo” che conclude il film e disegna due volti con un unico schizzo. Tra loro, una miriade di protagonisti della Hollywood sparita. Roman Polanski con i capelli lunghi e il comportamento del maledetto da amare. Steve McQueen, inconsapevole giovanotto rampante ancora lontanissimo dalla gloria. Bruce Lee arrogante e altezzoso che finisce calpestato dal pragmatismo manesco di Booth.

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Eppure, proprio da quest’ultimo personaggio è nata la scrittura del film, originariamente pensato come romanzo che ha richiesto cinque anni di lavoro prima di approdare sul grande schermo invece che in libreria. E il rapporto tra Booth e Dalton ricalca quello tra Burt Reynolds e la sua controfigura Hal Needham. Un personaggio plasmato sull’ex Berretto verde Billy Jack, veterano della seconda guerra mondiale, “protagonista” di quattro film dal 1967 al 1977. Perché all’epopea gli americani sono affezionati anche quando hanno sangue europeo – e italiano – nelle vene. C’era una volta a… Hollywood è una miniera di citazioni. Bounty law, la serie televisiva in cui recita Rick Dalton, compromesso con il suo tramonto, si specchia in Ricercato vivo o morto con Steve McQueen, brevemente ma incisivamente tratteggiato nella cornice dell’opera, come lo stesso Polanski e il marziale Bruce Lee. Innumerevoli gli omaggi all’Italia, come nel costume di Tarantino che sceglie attori dalle origini nostrane come Leonardo Di Caprio e Al Pacino senza fermarsi a questi dettagli. Molti gli spaghetti western di cui compaiono riferimenti a piene mani, compreso Sergio Corbucci e il suo Nebraska Jim, in rappresentanza ai tanti cineasti di casa nostra – come Giorgio Ferroni, criptato dietro lo pseduonimo di Calvin Jackson Padget di Uccidimi Ringo disse il Gringo – dimenticati tra le pieghe di una storia che non è stata la loro perché nello Stivale il Far West non esiste. Se non nella fantasia. Tinte paradossali avvolgono invece lo Spahn ranch, casa di Charles Manson e del suo losco codazzo di adepti tra liberazione sessuale, droghe e poco rock ‘n roll. In fondo il ’69 era l’anno di Easy rider e di “disperati” dal volto umano dei quali è rimasto in vita solo Jack Nicholson.

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Con C’era una volta a… Hollywood Tarantino torna a premere il tasto referenziale del ruolo del cinema. Se Sharon Tate (Margot Robbie) entra in sala per rivedersi in coppia con Dean Martin in Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm, il regista continua a mandare telegrammi al suo pubblico. Tra le scene lente e dialogate che ricordano The hateful eight, l’interrogativo torna al quesito di fondo in cui ci si domanda se il cinema può invertire il corso degli eventi. Può insomma debellare i nazisti come accadde in Bastardi senza gloria o liberare dalla schiavitù, come in Django unchained. E forse la risposta è affermativa. O almeno così vuole essere nel Tarantino pensiero, che offre un’eccellente rivisitazione del crocevia tra la vecchia e la nuova Hollywood, recuperando storie di cinema nella Storia del cinema. Un tentativo che trova la sua apoteosi nella stesura, anche stavolta surreale ma certamente affascinante, di un finale che è una catarsi liberatoria e un esorcismo della paura. Dove il disincantato e sanguigno linguaggio cinematografico del regista non mette paura ma, vivaddio, solleva da tensione e dolore. E per qualche ora, finalmente, la cronaca può andare a farsi benedire. Talvolta è meglio sognare.

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