imagesLa beffa di questa malattia è che tutti ti credono sano.

 

Ridere fragorosamente – e di rado contagiosamente – quando non ce n’è motivo è un dramma. Anche per un aspirante comico che, alla prova della ribalta, dimostra di non saper far ridere. Tragedia nella tragedia. E soprattutto patologia beffarda. Comincia così la vita di Arthur Fleck, costretto a fare il pagliaccio nelle strade, per raggranellare qualche spicciolo. Altalena tra riso e pianto. La sua unica amica e compagna di vita è una madre malata di mente, che a suo tempo lo ingannò raccontandole di un padre mai esistito. L’adozione è rimasta nel mistero e tra le pieghe di una psiche obnubilata e, a lui, Arthur, non resta che un pugno di pillole contro la depressione. La verità, come sempre in questi casi, si fa strada a fatica. La devozione dell’anziana hippie per il magnate della città si spiega in una lettera, intercettata dal figlio, con una nuova bugia. È la strada, l’unica casa di quello spiantato che sopravvive in un sudicio palazzo da cui tutti vogliono fuggire. E lì si ritrova anche quando viene licenziato. È lì che viene picchiato e deriso. È li che nasce una rivolta destinata ad approdare sugli schermi della tv. Nel malcontento pubblico che infuria tra i grattacieli di Gotham city. Un passo prima di Batman. La nascita di un rivale. I motivi di una violenta risposta agli altezzosi moralismi e moralisti. Le origini di Joker secondo Todd Phillips, regista finora noto solo per commedie commerciali e di scarso valore come la trilogia di Una notte da leoni, il “patetico” Parto col folle e altre idiozie compagne. Sempre di matrice popolare è il protagonista di questo film che ha vinto il Leone d’oro nell’ultima rassegna a Venezia e appartiene al fumetto di Batman. Prequel del prequel del filone in cui Joker è stato interpretato da Jack Nicholson e Heath Ledger. E ora, nelle sue origini, con il fisico e l’espressione di Joaquin Phoenix.

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Non ci sono eroi né supereroi ma una favola che purtroppo – dati causa e pretesto – potrebbe essere simile a tanti grandi città dei tempi nostri. Gotham, ricostruita in parte a New York e in parte a Newark, è sommersa dai rifiuti, peggio della peggior Napoli nella peggior emergenza ma si tratta di una metafora evidente. I sacchi neri che avvolgono le strade rappresentano la spazzatura umana che quelle vie affolla e frequenta. Non serve molto tempo per accorgersene se – già alla prima scena – l’innocente  pagliaccio viene malmenato senza motivo da una squadra di bulli e, nella sequenza successiva, la falsariga si ripete in una corsa notturna in metropolitana. La violenza si sposa con il degrado e il cocktail diventa esplosivo. Il colorato clown si scopre calpestato anche da vittima e il desiderio di ribellione diventa qualcosa di molto più concreto di un’ideale dichiarazione di intenti. E quando un collega, solidale con lui per i soprusi subiti, gli regala una pistola, il meccanismo lentamente impazzisce. Tessuto sociale corroso. Bullismo e prevaricazioni. Ambiente disagiato. Moralismi. Menzogne. Gli ingredienti appaiono implacabilmente familiari e fin troppo noti anche al di fuori della dimensione fantasiosa di un fumetto che ha smesso di essere tale per diventare paradigma di una condizione umana precaria e difficoltosa.

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Arthur Fleck è uomo innocente che nutre ambizioni di rivalsa. La madre – ennesima beffa della prima persona cattiva della sua vita – aveva soprannominato “Happy” quel figlio stretto nella morsa di un dolore intimo e interiore. La molla scatta quando viene preso in giro per un esame mal riuscito davanti al pubblico. È l’ora della derisione che si somma alla delusione di scoprirsi ingannato dalle bugie della madre sul suo conto e sorprendersi, a livello conscio o inconscio, un rifiuto della società. Attorno a lui stanno i convenzionalismi e le facce finte e impresentabili degli imprenditori che si affacciano alla politica pretendendo gli applausi. L’etica fatta di parole diventa il fumo negli occhi di un popolo bue al quale viene imposto il messia a buon mercato del ricco che vuol farsi sindaco. Solo allora uccidere smette di essere un crimine. Fleck si tramuta ufficialmente in Joker uccidendo in diretta televisiva il conduttore, emblema di retorica e falsità, e diventa profeta in patria. Ovvero, l’impossibile. La dimensione – a metà strada fra realtà e irrealtà – giustifica tutto. In questa trasformazione sta l’evolversi di una tipologia di uomo comune, stanco di essere calpestato, e l’approdo oltre la frontiera del lecito. Nel caos finale in cui il piccolo Bruce Wayne matura la volontà di incarnare Batman, dopo l’assassinio dei genitori fuori dal cinema, Joker si ricongiunge al filone conosciuto. Gotham si conferma città in preda alla malavita, pilotata dal cattivo di turno. A questo punto, conoscendo la genesi del perfido personaggio, verrebbe da domandarsi se il malvivente non sia un prodotto dell’ambiente. Pur sapendo che non c’è un crimine giustificato da un contesto sociale di fragilità e debolezza.

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LA CONTRADDIZIONE -Mia madre mi ha sempre detto di fare un sorriso perché io avrei portato gioia nel mondo“. Al centro del Joker c’è anche la volontà del regista di mostrare al tempo stesso l’empatia e la mancanza di empatia del protagonista con il suo microcosmo. Vive in compagnia di un taccuino al quale consegna progetti di battute e confidenze ma, al di fuori di sé, stanno colleghi invidiosi e falsi. L’ingiustizia di dover ripagare il cartello distrutto dai bulli che lo picchiano. La spropositata forma della reazione. L’odio che fa a pugni con la risata pacificatrice e rasserenante che gli viene consegnata come missione umana. Il tema di questa duplicità attraversa l’intero personaggio di Joaquin Phoenix, già candidato all’Oscar in tre occasioni – The master, L’amore brucia l’anima, Il gladiatore - e ora vicino a una quarta nomination, che ha il sapore della consacrazione annunciata.

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