images-1Il passato e la memoria. Retrospettiva distorcente. Giudicare ciò che è stato ha i contorni di un profilo che una lente deformante ricostruisce con un disegno nuovo. È il tempo trascorso a cambiare valutazioni e interpretazioni. La fisionomia del sentimento e gli errori lasciati per strada vengono sottoposti a un esame che non ha precedenti, concluso da esiti in cui non sempre è facile riconoscersi. E Lumir (Juliette Binoche) non ha ritrovato se stessa nelle pieghe delle pagine di mamma Fabienne (Catherine Deneuve), una nota attrice al capolinea che scrive la sua autobiografia per compiacere il pubblico dei suoi ammiratori. L’uscita del libro è il pretesto per un ritorno in Francia dalla lontana New York dove la donna vive con la famiglia ma, al primo sfogliare incuriosita i ricordi dell’autrice, non si riconosce nella versione del rapporto che ebbe da ragazza con quella madre importante. Come sempre, rientrare nei luoghi di origine rappresenta lo spunto per un confronto e, anche in questo caso, Lumir e Fabienne si gettano reciprocamente sotto gli occhi le prospettive personali di quella che era l’infanzia dell’una e la maturità dell’altra. Le verità è il primo film non giapponese di Kore-eda Hirokazu, recente vincitore a Cannes nel 2018 con Un affare di famiglia e autore anche di Ritratto di famiglia con tempestaLittle sisterFather and sonLe verità è un’opera nata in Francia, costruita in francese con brevi inserti anglofoni, relativi alla nuova vita che Lumir ha costruito con marito e figlia oltre oceano.

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Nonostante si tratti di un film dalla genesi diversa – stupisce scorgere un’ambientazione che nulla c’entra con la patria del regista in cui erano incorniciati tutti i suoi precedenti lavori – il tema è caro, anzi carissimo, a Kore-eda Hirokazu che lo rispolvera senza il timore di ripetersi. Cioè la famiglia che, anche in questo caso, torna a dominare la scena. Ma, ancora una volta, lo spiraglio di osservazione appare inedito. La miseria e l’emarginazione che avevano dominato l’impianto dell’opera vincitrice della Palma d’oro, le divisioni del Ritratto, le tre sorelle che scoprono di non aver mai conosciuto la quarta se non alla morte del padre comune e lo scambio in culla che unisce a sorpresa due coppie di differente censo e cultura appaiono tutte lontanissime da questo rapporto madre-figlia che, a ben vedere, non è particolarmente innovativo né originale in ambito cinematografico ma si presta a scandagliare aspetti diversi. In primo luogo la cornice occidentale e non più orientale come nella filmografia precedente. Secondariamente, due personaggi noti – sia nella trama sia per la platea – che si specchiano l’un l’altra nei propri fantasmi e nei loro egoismi. A ciò si aggiunga il contesto autoreferenziale di un cinema dove la protagonista continua a essere di casa in un continuo incrociarsi della finzione del grande schermo con la realtà di una famiglia smembrata, che solo il ritorno della figlia per la presentazione del libro sembra ricostruire almeno esteriormente, offrendo l’occasione per uno scavo nel passato interiore di tutti coloro che di quella vita hanno fatto parte. Infine, il ruolo del giudizio.

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Le verità costituisce anche il bilancio di esistenze che si confrontano con il diverso modo di raccontare gli anni trascorsi. E spunta tra le righe – e pure tra i fotogrammi – la truffa bugiarda di Fabienne che indulge sulle sue premure di madre, puntualmente portate in superficie dalla figlia che non si riconosceva in quel legame intimo e affettuoso accampato dalla biografa di se stessa, decisa a smerciare al suo pubblico un volto che non le si addice. La vergogna di ammettere le mancanze, più che le colpe porta a falsificare la propria immagine in senso riabilitativo e lo scontro che ne consegue finisce per mostrare quanto alcune ferite siano ancora sanguinanti. A medicare il dolore, tuttavia, non è più il tempo che annebbia con il suo scorrere ogni asperità ma la prospettiva di esaminare fatti e misfatti con un’obiettività diversa che tende normalmente a indulgere anziché a rendere più spigolose alcune quotidianità. Così la famiglia serena di Lumir si riflette nelle ombre di quella in cui lei stessa è cresciuta, nella quale però l’egoismo di un’attrice che è stata madre solo biologicamente e nominalmente si conferma nella volontà di tacitare difetti e mancanze anche quando ormai i bilanci potrebbero essere lo spunto per un’onesta rilettura di se stessi alla fine di una carriera.

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