UnknownUn uomo e il suo doppio. Un sicario che si ritira dall’attività e uno che inizia. Il suo esordio è bruciante. Nel mirino sta l’originale che quell’improvvisato clone deve abbattere per dimostrare di essere il migliore. L’essere umano e la chimica. Il cuore, che significa emozione. E una ragione azzerata. Automatismo del nulla. Prodotto del progresso che non sempre significa migliorare ma, semplicemente, alla latina, andare avanti. Un concetto liminare perché non offre una dimensione della qualità di questo procedere. Ed è proprio su questo punto che s’interroga Gemini man, l’ultima fatica del regista cinese Ang Lee, ponendo in primo piano domande dall’insolubile risposta e argomenti di non semplice trattazione. Film d’azione con una trama avvincente e lineare, raccontata con il tono del thriller e la rincorsa a un esito che solo le immagini sveleranno, propone temi importanti e attuali. All’accennata clonazione si aggiunge il rapporto fra padre e figlio in chiave sia metaforica sia reale. Junior, il Will Smith creato in laboratorio, è una creatura voluta da un ex commilitone di Henry Brogen (Will Smith), il sicario che conclude la carriera uccidendo una persona perbene su falsa indicazione del mandante. Ebbene il “figlio” tra virgolette che diventa figlio adottivo del protagonista apre una parentesi importante sul ruolo e la relazione genitoriale, da un punto di vista inizialmente solo chimico a una prospettiva più direttamente umanoide, se non umana.

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Il confronto tra Brogen e il compagno d’armi di un tempo rappresenta la doppia chiave di lettura di una trama che rischia di essere esaminata soltanto superficialmente se ci si ferma all’avventura che attraversa l’intero film con scorribande e scontri paragonabili a un videogioco. L’interrogativo che spinge alla clonazione del miglior “giustiziere” sulla piazza è inquietante. “Tu sei un uomo e quindi soggetto alle emozioni e ai sentimenti – si sente dire Brogen – lui, invece, è uscito da una provetta e non ha cuore. Esegue gli ordini”. In buona sostanza, il mondo che verrà rischia di essere popolato da automi senza alcuna forma di autodeterminazione e tantomeno alcun condizionamento proveniente dalla sfera emozionale. In questo senso, il responso rischia di risultare sconvolgente ma – più che mai a questo proposito – ai posteri l’ardua sentenza, ben consapevoli che forse gli automi di domani non sapranno distinguere le sensazioni di chi è venuto prima. Insomma, di ingredienti che sottraggano il film di Ang Lee dalla sciatta categoria dei nonsense ce ne sono molti. Non ultima una regia che si avvale di effetti speciali apprezzabili dagli hooligans della materia, ovvero coloro che riempiono le sale dei cinema soltanto per quegli artifici tecnici che, al chiuso di un’abitazione, verrebbero inevitabilmente a mancare. La tridimensionalità offerta agli spettatori costituisce  un tentativo di seduzione che una trama scontatuccia rischierebbe di non saper tenere alta da sola.

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Tuttavia, se si dovesse sintetizzare in una sola parola Gemini man, bisognerebbe ricorrere all’avverbio e preposizione “oltre”. È infatti largamente al di là del verosimile la storia raccontata, che di per se stessa supera anche la frontiera cinematografica, nei tratti in cui l’inseguimento fra i due Will Smith assomiglia a un videogioco. E oltre descrive pure il futuro di automi, forse belli senz’anima, che popoleranno un pianeta libero di uccidersi vicendevolmente. Oltre è andato anche il protagonista recitando se stesso e il suo clone in modo da assicurare una rassomiglianza perfetta allo spettatore ma la recitazione non ne esce particolarmente nobilitata. Il regista, infine, dopo aver ormai da molti anni superato il limite della sua nazionalità, è stato completamente occidentalizzato. Poco resta dell’autore che firmò capolavori cinesi come Banchetto di nozze, Mangiare bere uomo donnaLa tigre e il dragone che gli valse l’Oscar come miglior film straniero, prima della completa americanizzazione con le statuette per I segreti Brokeback mountain e Vita di Pi. Oggi Ang Lee è il meno orientale dei cineasti con gli occhi a mandorla in un percorso che, recentemente, è stato seguito anche da Zhang Yimou. Addio origini. Addio comunismo in saldo. Si viaggia… oltre.

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