imagesDì la verità…

Lo spaventapasseri Harold non voleva saperne di sottomettersi alla mazza da baseball dei bulli di quartiere. E tanto meno si limitava a impaurire gli uccelli. Lui, Harold, era uscito dalle pagine di un libro ma nessuno lo sapeva. Stava lì a ingannare i pennuti con i crampi della fame e l’occhio ingolosito per qualche semino in più. Non leggere è lacuna pesante ma quei racconti erano davvero introvabili e nascondevano il segreto che Sarah Bellows aveva consegnato a un quaderno, regalatole dalla sua tata. Con quella sorta di diario, che tale mai fu, nelle cantine della villa di famiglia era stato blindato un mistero e molte vite. La sera di un Halloween qualsiasi, Stella, che di favole si dilettava scrivendone, scoperchiò quel calderone di ribollenti vendette. Con un gruppo di ragazzi, in fuga dagli spacconi del college, si rifugiò tra le mura abbandonate e fatiscenti degli estinti Bellows e le storie presero materialmente corpo e vita. Le “creature” di Sarah uccidevano davvero e soprattutto lasciavano che le vittime scomparissero nel nulla. Già, Harold. Il buffone. E la dama pallida. Mostri creati dalla mente di una ragazza, segregata nelle viscere di quell’edificio, alla quale era stato vietato di dire la verità. E l’imbuto di morti sospette era diventato una voragine che inghiotte chi vi si avvicina. Uno sterminio che si perpetua giorno dopo giorno in un incedere senza soste e senza pause.

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Scary stories to tell in the dark di André Øvredal è sceneggiato e prodotto – che negli Stati Uniti significa girato – dal premio Oscar Guillermo Del Toro, al quale tra gli altri si devono Il labirinto del fauno e lo splendido La forma dell’acqua. Il maestro messicano del fantasy si conferma padrone di un genere stavolta affidato alle mani di Øvredal che nell’horror aveva già diretto Trollhunter. L’intreccio non è originalissimo e ricalca uno schema collaudato in cui alcuni ragazzi finiscono inevitabilmente ad addentrarsi in una casa decrepita che nasconde segreti e misteri. Nella fattispecie, ad emergere tra le pieghe della trama è la storia di Sarah, sottoposta a elettroshock dal fratello maggiore medico per costringerla ad occultare la verità. E cioè che il mulino di famiglia aveva messo in circolazione acqua inquinata causando – direttamente o indirettamente – la morte di alcuni bambini del paese. Nell’impianto tematico appaiono dunque due spunti interconnessi fra loro e legati all’attualità come l’inquinamento tossico ambientale e l’occultamento delle prove, spinto fino alla coartazione alla menzogna. Un obbligo che sfocerà nella vendetta della fanciulla messa a tacere e resa eterna, dopo la sua morte, da un libro che sembra scriversi da solo. Fantasy e horror fino a un certo punto, insomma perché tra il non detto si possono leggere riferimenti drammatici a un presente al quale si guarda distrattamente.

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La verità è materia contesa che oscilla fra infiniti campi del vivere sociale e civile. In Scary stories, tratta dalle serie di libri per ragazzi di Alvin Schwartz, interseca l’ambiente e il nutrimento – l’acqua del mulino è un magico incrocio – sul quale sarebbe necessario ben più di una frettolosa riflessione. Il cinema ci mette del suo riproponendolo in diverse chiavi, il documentario con il recente La fattoria dei nostri sogni di John Chester su un’esperienza recente e realmente vissuta e l’astrazione assoluta nella dimensione orrorifica come in Øvredal. L’elenco in realtà sarebbe lungo, a partire da Ritorno in Borgogna di Cedric Klapisch ma sarebbe farraginoso ripercorrerlo. Scary stories pecca in quello che dovrebbe essere il suo punto forte. Non fa paura. In buna sostanza ciò che si vede è largamente nelle previsioni di chi si accosta a un film di questo tipo. Piuttosto, dovrebbe mettere angoscia il senso nascosto dei temi affrontati, con i quali – senza saperlo – ci si confronta quotidianamente in modo consapevole o incidentale. E invece, disgraziatamente, anche questo non fa paura a nessuno.

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