Unknown-1La maggior parte dei casi, grazie a Dio, sono prescritti.

Il silenzio della colpa e della vergogna. La parola dell’arroganza si avvicina alla mistificazione. I cosiddetti “casi” sono in realtà abusi. Reati contro la persona. Lesa sensibilità. La cerchia degli scout e i confini dell’oratorio per molti bambini sono una seconda culla. Un approdo sicuro, senza insidie. Tuttavia quando il demone della violenza vi si annida e nasconde, ogni difesa è azzerata. Quando il malfattore ha il volto amico di tanti giorni, difendersi è impossibile. È il destino che ha colpito decine di ragazzi nell’orbita della Chiesa e delle giovani marmotte. La mela marcia era il cappellano, ma poco importa il risvolto di un giallo che non c’è mai stato. Terrorizza la sorte professionale di Bernard Preynat, sacerdote di Lione, che ha molestato molti bambini, assumendosi le proprie responsabilità ma non le proprie colpe. Ci è voluto un giudice civile perché il tribunale ecclesiastico – con il pretesto di fuggire l’orrore – di fatto se ne rendeva complice. E la denuncia di quegli ex bambini che furono vittime della libidine del prete rischia l’oblio.

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Grazie a Dio di François Ozon parte proprio da Alexandre (Melvil Poupaud, già visto in Laurence anyways di Xavier Dolan e in altri due titoli del regista francese), tre figli e una moglie – anch’essa bersaglio di abusi in famiglia, si scoprirà – e tanta voglia di veder inflitta una punizione a chi ha commesso il male, pur continuando a nutrire devozione religiosa. I soprusi, insomma, non lo avevano allontanato dalla Chiesa a differenza di altri ragazzini ormai adulti, che vengono a sapere dell’iniziativa dell’amico di un tempo e trovano il coraggio di denunciare. C’è chi si è allontanato dall’altare irreversibilmente, nauseato da tanta lordura morale e chi ne ha ricavato conseguenze dannose dal punto di vista psicofisico. L’onda della ribellione cresce. Travolge Preynat e il vescovo, Philippe Barbarin. L’associazione “La parole liberée” ha riunito centinaia di vittime. Fuggire è ormai impossibile. E il film si chiude sull’ultima didascalia aggiornata a luglio 2019. “Il tribunale ha condannato Bernard Preynat alla riduzione allo stato laicale per abusi e il cardinal Barbarin a 6 mesi di reclusione con la condizionale per aver occultato i fatti”.

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Morale. Dietro la punizione esemplare si nasconde il nulla assoluto. Togliere l’abito talare a un sacerdote non significa cancellarne le colpe o presentare il conto a un’etica che, da tempo, non aveva nulla a che fare con alcuna forma di credo religioso. La reclusione con la condizionale, invece, è solo un avviso. Nessuno paga. E Grazie a Dio è un titolo che deve far riflettere. Non è provocazione né paradosso, ma le parole del prelato lionese che non vedeva l’ora di sotterrare una questione spinosa e scomoda. Ma proprio qui sta il punto. Violare l’infanzia e compromettere la moralità degli uomini di domani è molto di più. Un delitto. E non sono ammissibili punizioni superficiali, come è esecrabile la frase con cui il vescovo ringrazia Dio che “i casi sono prescritti”. L’insulto si aggiunge alla moralità ferita. Al sentimento avvelenato. Alle mancate richieste di perdono che Alexandre si aspettava ed esigeva, salvo sorprendersi di non averle viste emergere. E dalla delusione nasce la controffensiva che stana il covo di un prete pedofilo, coperto da un arcivescovado puntuale nell’assegnarlo ad altre parrocchie, sempre con il compito di allevare i bambini. Novello Erode alla direzione dell’asilo.

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È un François Ozon completamente diverso dal passato quello che si è aggiudicato l’Orso d’argento all’ultimo festival di Berlino con questo film, a metà strada fra cronaca e documentarismo. Non c’è finzione né invenzione. Esiste solo un dramma che la quotidianità ha lasciato affiorare e al quale il regista cede l’onore della armi e della parola. Non c’è nulla da aggiungere a una vicenda che parla da sola. Non resta che lasciare agli sventurati protagonisti il compito di raccontare e raccontarsi perché ogni commento è superfluo davanti all’orrore di colpe dirette e oblique che non permettono di comprendere se il peggiore sia il malato Bernard Preynat o il vigliacco Philippe Barbarin. Tuttavia non è certo una nuova aula di tribunale quella in cui Ozon conduce lo spettatore. Poco importa chi ha la faccia più brutta, molto addolora il silenzio e il tentativo di mettere a tacere un reato reiterandolo all’infinito. E tanto ferisce anche l’incoscienza di non rendersi conto del male nascosto in entrambi i comportamenti. Ma in Grazie a Dio c’è di più. La citazione a Il caso Spotlight di Tom Mc Carthy con il rimbalzo mediatico della denuncia di Alexandre è studiata appositamente per tenersi lontano da un film costruito in ambito giornalistico a differenza di un’opera voluta per la gente. Ozon parla di vittime, coscienze dilaniate, tare. E una società che, invece di proteggere i suoi bambini, li ha fatti a pezzi. La notizia scovata tra i segreti della diocesi di Boston e il dolore umano che ha triturato la Chiesa di Lione sono agli antipodi di uno stesso tema. Differenti modi di raccontare. Il cuore e europeo e francese contro il denaro e il prestigio professionale americano. Approcci opposti alle stesse lacrime.

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