16023-99L’amore al tempo dei social è un intrigo tra vero e falso. Il rapporto fra ciò che appare e quelli che si è. Identità nascoste. Pseudonimi dietro i quali si nascondono volti celati da psicologie contese. Finzioni che hanno il sapore di sfide per assaggiare il grado di appetibilità sul mondo degli sconosciuti. Generalità che diventano altro e persone inesistenti parlano e si lasciano guardare con fisionomie fittizie che non corrispondono alle voci reali. L’incrocio, disorientante e devastante, mette fuori strada chi si imbatta su quel cammino finto. Il mio profilo migliore di Safy Nebbou, presentato a Berlino nel 2019 e tratto dal romanzo Quella che vi pare di Camille Laurens, indaga l’aspetto interiore, spinto a sdoppiarsi creando un alter ego di sé inesistente. Quelli che non si è più o non si è mai stati. Quelli che si vorrebbe essere. Un assemblaggio in laboratorio. Fantasmi che computer e bit plasmano dal nulla riciclando ciò che non corrisponde ma appartiene a un desiderio ideale.

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Claire (Juliette Binoche, recentemente vista in Le verità, Il gioco delle coppieL’amore secondo Isabelle) è una cinquantenne divorziata che ha una relazione con un uomo molto più giovane di lei, decisamente poco innamorato e molto disinvolto. Per controllarne le mosse, inventa il falso profilo di Clara, 24 anni, molto accattivante di primo acchito e, dietro quel paravento, allaccia un rapporto virtuale con l’amico del suo occasionale fidanzato. Alla nuova conoscenza, però, Clara si nega sempre. Rifiuta approcci e appuntamenti, consapevole di non essere quella delle foto che – attraverso social forum e messaggi – invia faticosamente ad Alex (Francois Civil già nel cast di Ritorno in BorgognaFrank). Presto le schermaglie diventano qualcosa di più assiduo e impegnativo e Clara – o, se si preferisce Claire, sotto mentite spoglie – si accorge di nutrire un sentimento vero verso Alex, di professione fotografo. L’apparenza, più che mai finta, non si sposa dunque con l’emozione e le palpitazioni d’amore, reali e terribilmente concrete pur nella loro impalpabilità. Un incidente improvviso, che aprirà ricerche per chiarire la natura volontaria o accidentale, finirà per rimescolare le carte verso un finale inatteso.

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I temi in discussione sono molti e al già citato parallelo fra vero e falso si aggiunge il condimento che permette a questa equazione di restare in piedi. La menzogna. Solo attraverso di essa può reggersi l’impalcatura di una finzione che non è solo cinematografica ma, ancora una volta, tocca la quotidianità. Quanto sono infatti irreali i tratti che molti costruiscono a propria idealistica immagine creando in realtà trappole per ingenui. Un caso accaduto davvero al regista francese che, durante le riprese di questo film, si è imbattuto in un falso amore proprio nei tentacoli del mondo dei social. Ancora una volta sembra che il destino si sia divertito a giocare con il vero e il falso in un incrocio diabolico che ha trovato in Facebook il terreno di scontro. Un ambito nel quale Juliette Binoche si è trovata a suo agio perché su spunti analoghi si era già cimentata con Olivier Assayas ne Il gioco delle coppie. È un segno dei tempi che da un lato giustificano il titolo italiano, seppur molto diverso dall’originale. Il mio profilo migliore è quello che non esiste. Plasmato ad arte per far credere ad altri l’inesistente. Allo stesso tempo è quello che ognuno vorrebbe di sé, senza difetti né smagliature degli anni. La realtà tuttavia è fatta anche di difetti e imperfezioni che condiscono caratteri e vita. Correggerli con la penna, le alchimie fotografiche o inediti profili artefatti significa anche innescare “relazioni pericolose”. Una chiave di lettura che non può sfuggire per una donna come Claire/Clara che di professione insegna letteratura comparata all’università. E allora, fra Choderlos de Laclos, morto a Taranto nel 1803, e i social forum si potrebbe parafrasare che non è cambiato nulla. Era manipolazione allora. Lo è ancora oggi.

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