221462687.jpg.galleryIo ho fatto la mia vita, me ne dovrò andare ma non mi dispiaccio. È giusto così. Ora tocca a te.

Nel castello di Downton Abbey i giorni passano nobilmente tranquilli. A sconvolgere l’ordinarietà è una lettera. Il re e la regina sono in arrivo. Trascorreranno una notte nel maniero prima di riprendere il viaggio, così la vita della famiglia Crawley subisce un’improvvisa impennata. La visita di Giorgio V e della regina Maria imprime la svolta. L’occasione di una vita è alle porte e tutti – dalle cucine ai pari del sovrano – ne subiscono il fascino. Sale la febbre per i prestigiosi ospiti e ognuno in cuor suo spera di ricavarne un beneficio. Invece sarà lo scorno a dominare la scena perché i regnanti si presentano con annesso codazzo di camerieri e, a cominciare proprio dalla servitù, compaiono i primi screzi. Tra invidie e ambizioni il livello sociale più basso si divide in due schieramenti, gli eletti e i bocciati. Si scatena così, dietro le quinte di Downton, una lotta intestina e sotterranea per ottenere qualche giustificato riconoscimento. Non solo. Anche la nobiltà finisce per fare i conti con se stessa. Dell’entourage del sovrano fa parte anche una parente di Violet, la contessa madre, di fatto la guida matriarcale dei Crawley. Il faccia a faccia si risolve in un contrasto sull’eredità, assegnata da lady Bagshaw (Imelda Staunton già nota per Ricomincio da noiPride oltre a Shakespeare in love) alla sua badante. È lo spunto per un chiarimento perso nel buio degli anni di un rapporto troncato e, allo stesso tempo, una più raggiunta familiarità della stessa giovane assistente in un contesto inizialmente ostile.

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Le rivalità si annidano ovunque. Tra chi attenta alla vita del sovrano e chi è chiamato a una trasferta mentre la moglie si avvicina al parto. Downton si trasforma così in una polveriera di sensazioni toccando storie diverse che si incrociano sotto lo stesso aristocratico tetto dell’alta società inglese di primo Novecento. Fino al gran ballo finale che suggella amori e accordi. Cancella incomprensioni, pur relegando lontano dal sangue blu novelli amanti che hanno scoperto il loro sentimento tra le pieghe di una società che appartiene loro solo marginalmente. È la quadratura di tutti i cerchi e, forse di tutte le cerchie. Nato da una fortunata serie televisiva, Downton abbey di Michael Engler è un film che tradisce le sue origini, lontane dal cinema. Vive di un’infinità di intrecci sul grande schermo solo accennati e parzialmente risolti, mentre le puntate in tv entrano maggiormente nel merito dei tanti quesiti irrisolti e degli innumerevoli risvolti. È la grande differenza che distingue i due media, l’uno concentrato ad approfondire i concetti in un paio d’ore, l’altro più impegnato verso l’intrattenimento di un tempo a tal punto dilatato da annacquare le riflessioni, rendendole futili aneddoti che si prestano all’ironia e alla chiacchiera. Marcatamente british in ogni sfumatura, Downton abbey ha il pregio di una capacità satirica e comica che alza il tono della commedia con una raffinatezza e un’eleganza sconosciute in un’epoca di dilaganti volgarità in parole e immagini, comuni a tanti titoli, incapaci perfino di provocare un sorriso.

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Il tempo è ristretto a un’unica giornata, quella appunto della visita dei sovrani inglesi nella dimora dei Crawley e, per apprezzare il valore dell’opera occorre affrancarsi dalla ricerca spasmodica di un’avventura qualsivoglia. Non c’è. Esistono personaggi con i loro retroterra e i loro crucci. Le aspirazioni spesso tradite e i traguardi – vicini e lontani – ancora da raggiungere. Il film di Engler si candida però a un ruolo andato recentemente dissolvendosi, quello dei grandi Blockbuster. La sua nascita è affiancata da una promozione massiccia che si avvale anche di canali collaterali. La casa di produzione e distribuzione americana Universal ha già preparato un’edizione in cofanetto dell’originaria serie tv da offrire a chi vorrà entrare di più nelle mille vicende che attraversano l’opera. In fondo anche questo è spia delle innegabili differenze tra le due declinazioni della trama per grande e piccolo schermo. Se al cinema i venti protagonisti finiscono per ritagliarsi un eguale spazio che gli sceneggiatori devono equamente riservare loro per caratterizzare i vari profili, in televisione l’operazione risulta maggiormente diluita. Una puntata darà spazio prevalentemente ad alcuni di loro che nella successiva si ritroveranno con tutta certezza sullo sfondo di altri racconti. Downton abbey, tuttavia, non è solo una grande saga familiare. È già pronto il ricettario dei Crawley che prende lo stesso titolo del film e propone cento idee per i piatti da cucinare traendo spunto dalle mode gastronomiche particolarmente in voga tra il 1912 e il 1926, ovvero gli anni in cui è ambientata la vicenda. Un periodo di conflitti oltre che di grandi cambiamenti che hanno avuto risvolti importanti anche a tavola. Un passato secolare che si riflette su un presente attentissimo alla commercializzazione dei prodotti. La raffinatezza e l’ironia di Downton nel terzo millennio diventano merce. Sintesi poco nobile.

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