rudar-Leon-Lučev-700x430A suo modo era una foiba. Un cimitero nascosto sul quale la pace dell’oblio era sceso e durato oltre mezzo secolo. Che cosa fosse accaduto in quella miniera nessuno lo sapeva con esattezza e chi era vivo, in quei giorni era solo un bambino. Il mistero aleggiava e, a diradarlo, ci ha pensato la crisi economica. La miniera andava venduta ma prima che l’operazione fosse possibile, serviva una relazione sul suo stato al momento della transazione. Alija, operaio di fiducia, era stato incaricato di redigerla. La sorpresa, però, era lì ad attendere la fine di tutto e il tecnico si trovò a combattere le ombre di un passato ingombrante e doloroso. La cava sotterranea nascondeva un mistero. Centinaia di morti. Forse sepolti vivi. A chi appartenessero ossa e scheletri, dopo quei decenni, era impossibile accertarlo ma in molti volevano che la verità non emergesse. Restasse seppellita con le miserie di una guerra mai caduta nel dimenticatoio. E dopo un conflitto che aveva seminato lutti e dolori nasceva un nuovo scontro tra chi voleva continuare a occultare i fatti e chi invece voleva restituire una giusta sepoltura a quelli che non erano più corpi ma mantenevano la dignità della sofferenza. Qualunque fosse lo schieramento cui erano appartenuti.

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Il segreto della miniera di Hanna Slack è una storia di confine. Tra Slovenia e Croazia. Occupazione e disoccupazione. Vincitori e vinti. Ricchezze e povertà, umane ed economiche. Il dolore non ha passaporto. È angoscia e basta. Per chi vive di profitti, tuttavia, la morte può essere un guadagno o un introito mancato. E ha un costo. Una voce in bilancio. Un numero che può favorire a mascherare la realtà, che qualche volta si chiama anche verità ma non necessariamente lo è. Aljia vive tra due fuochi. La coscienza e la Storia, quella con la esse maiuscola, che si legge sui libri e sulla quale nascono ideologie e schieramenti. Aljia ha anche una famiglia e non può permettersi errori. Uno sbaglio gli costerebbe il licenziamento, pericolo che diventa oggettivo quando il tecnico non si arrende all’ultimo oltraggio a quegli sconosciuti defunti e denuncia la miniera per quello che obiettivamente è stata. Una gigantesca fossa comune. Di civili, forse. Di militari, forse. La loro veste pubblica non è più una discriminante. Poco importano i loro nomi e soprattutto che cosa ci facessero alle soglie dei Balcani. Testimonianze probabili parlano di tutto e del suo contrario. Sull’uscio della miniera queste incertezze si arrestano senza che sia utile ad alcuno scoperchiarle e accertarle.

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Il film di Hanna Slack è un coraggioso atto di onestà in un punto di Europa, da sempre fra più fuochi e da sempre conteso fra chi volle occultare e chi accettò di parlare. Pochi, pochissimi. E quest’opera cinematografica squarcia un velo a modo suo. Nell’unica maniera possibile, mostrando storie che siano il parametro di tante altre e non a caso, quella narrata dalla Slack è ispirata a fatti realmente accaduti che, in quest’angolo – tutt’altro che remoto – di mondo, si sono ripetuti con frequenza inquietante. Pochi personaggi ma tanta densità e profondità nello scavo che non è soltanto sotterraneo ma anche nella psicologia interiore di volti e personaggi che propongono temi ingombranti. Pesa più la coscienza pulita o quella macchiata dai silenzi di convenienza. È più degna e dignitosa una sepoltura tardiva a sconosciuti rimasti uccisi, o morti di stenti dopo essere stati sepolti vivi, oppure lasciarli riposare nella tomba che è stata loro per settant’anni. È più lusinghiero perdere il lavoro per una causa giusta – che non è una giusta causa – o conservarlo rendendosi complici di un massacro passato sotto silenzio dall’imbarazzata distrazione di una Storia, sempre con la esse maiuscola, boicottata dai testimoni diretti di quei tragici fatti. Il film sloveno, decisamente più apprezzabile e intrigante di tante opere prive di spessore ma di gran lunga più reclamizzate, non propone risposte ma lascia a ogni spettatore la responsabilità di fornire le proprie. E semmai di confrontarsi, in nome di chi morì senza possibilità di confronti.

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