Unknown-2Integralismo d’Europa. L’Islam nel Vecchio Continente ha il volto di un ragazzino che se la prende con l’insegnante. Ma dietro i dissidi che separano l’allievo del maestro, stavolta non ci sono le incomprensioni scolastiche ma il dramma di un bambino finito nelle mani del catechista sbagliato. Si chiamano imam, nel mondo della mezzaluna e predicano l’odio e lo sterminio nel nome di un dio che divide. Allah. Invitano al martirio che è il sacrificio di se stessi purché ciò porti anche al “sacrificio” cristiano. Morte, insomma. E il resto è un paradiso che ha forme diverse e un modo diverso di combattere il male. L’età giovane dei fratelli Jean Pierre e Luc Dardenne – premiati per la miglior regia dopo la doppia Palma d’oro per Rosetta nel 1999 e L’enfant nel 2005 – propone un tema ambizioso con la chiave prospettica cara ai registi belgi. Al centro delle vicende da loro narrate ci sono adolescenti o comunque giovani alle prese con problemi sociali (Rosetta appunto), paternità indesiderate (L’enfant), lavoro (Due giorni una notte), povertà e delinquenza (Il ragazzo con la bicicletta), il mistero di una morte sconosciuta (La ragazza senza nome). Nei titoli non può non colpire la quasi ossessiva ricorrenza di riferimenti alla gioventù, espressamente nominata anche in quest’ultima fatica. Tempi stringati, come nel costume dei Dardenne, che di rado superano l’ora e mezza di durata per una concisione estrema, giustificata dalla cupezza sociale ritratta nelle loro sequenze e attori in qualche caso non professionisti come nel caso de L’età giovane che, nel titolo originale, personalizza maggiormente il protagonista.

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Ahmed è un ragazzino di tredici anni che un imam ha convinto a seguire la strada del radicalismo. Un attrito con l’insegnante diventa il pretesto per lo scontro. La donna viene considerata un’apostata e, come tale, va uccisa. In più è donna e lui, di sesso maschile, non può scendere a compromessi con lei. Il fanatismo e l’ideale di seguire le orme del cugino, “martire” di Allah, lo portano inevitabilmente su una strada che gli preclude dialogo e confronto anche in famiglia con la madre e il fratello. Il difficile quadretto è completato dalla figura assente del padre. Ahmed è insomma uno dei tanti potenziali attentatori e il film tende a mostrare come si costruisce l’integralismo poco più che nella mente di un bambino. I Dardenne però vanno oltre. Arrestarsi alla superficie appare riduttivo e la trama si rivela un’altalena continua tra gli estremi della vita e della morte che finiscono per diventare centrali nell’apparato ideologico del piccolo che si uniforma ai modelli a lui più vicini. Poco importa se sono una stortura. Ancor meno una distorsione. Meno che mai se implicano un giudizio critico che a tredici anni è impossibile pretendere. Forse soltanto per questa ragione l’epilogo lascia barlumi di speranza. L’età acerba è più malleabile, pregio e difetto al tempo stesso. Se infatti può rivelarsi un pericolo può essere anche la speranza di una precoce correzione. Al contrario di ciò che può apparire, il punto di osservazione di questo film è femminile. La mamma di Ahmed e, in un certo senso, anche l’insegnante rappresentano la prospettiva della riconversione non tanto a un culto diverso quanto alla tolleranza. Un tentativo che si completa grazie a una terza figura in rosa, l’amichetta con la quale il ragazzo fatica a entrare in sintonia per colpa dei propri pregiudizi.

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L’età giovane è film scomodo di questi tempi. I recenti attentati che hanno seminato terrore in tutta Europa rendono spigoloso l’esame di un tema capace di scontentare nello stesso momento, cristiani e musulmani. I primi, giustamente diffidenti nei confronti dei secondi che faticano ad ammettere l’aderenza di quanto mostrato alla realtà e il tentativo di ridimensionare la portata del problema. Un aspetto che invece esiste e fa parte della quotidianità attuale, tuttavia – anche in questo caso – la prospettiva dei Dardenne appare diversa. Al centro della riflessione sta la tolleranza, in nome della quale la civiltà può migliorare. Nel pensiero dei registi belgi è un aspetto importante che sottolinea la via d’uscita quasi sempre offerta al protagonista e al pubblico. Sconcertante e dimessa al punto da essere respingente appare invece l’estetica di un’ambientazione che precipita nella periferia nordeuropea, impersonale e desolata. Una cornice che sottolinea e accompagna il deserto interiore di molti personaggi della loro galleria cinematografica quasi sempre vittime di una società che mostra crepe e smagliature. È la gente qualunque. Lontana dai lustrini hollywoodiani ma con il tratto della vita vera.

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