2-278705-Main-600x450-7Il denaro è come il ferro da stiro. Cancella tutte le pieghe.

 

La Corea che non ti aspetti ha il colore della miseria. Cupo e maleodorante come i bassifondi dove vivono delusione e insuccesso. L’altra faccia della luna triste di questo angolo di Asia ha invece il sorriso spensierato di chi la sua scommessa sociale l’ha vinta. Opposti che si toccano fino a incrociarsi. Intersecarsi. Accavallarsi. Ki era al quarto tentativo negli esami di ammissione all’università con altrettanti insuccessi. Il padre, disoccupato senza possibilità di integrazione, sopravviveva nell’impossibilità di mantenere la moglie e una figlia, tanto abile nella pirateria informatica quanto priva di prospettive. Finché l’opportunità arriva da un compagno di studi che offre a Ki un futuro come tutor in una casa ricca. La sorella falsifica il certificato e Ki trova il posto. Questa è solo la premessa di un catena interminabile di sorprese che – tra alluvioni e delitti – travolge ricchi e poveri. Perché se la fortuna economica è appannaggio di pochi la disgrazia abbraccia tutti. E all’improvviso la sterzata cambia tono, dramma e tragedia sostituiscono una leggerezza apparente. Ciò che accade in Parasite, valso la Palma d’oro a Cannes a Bong Joon Ho, è la storia di una convivenza impossibile tra la famiglia di un affermato manager  e quella di un disgraziato come tanti. Forse troppi. Due nuclei identici per composizione – moglie e marito con due figli di sesso diverso – e opposti per collocazione. I ricchi vivono in una casa di ultima generazione disegnata da un famoso architetto, i poveri non se la passano bene in uno scantinato che assomiglia a una tana di ratti.

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Il parallelo non è casuale. Le strade sono destinate a convergere perché, in fondo, topi di fogna lo sono un po’ tutti. Poveri e anche ricchi. E tutti, ognuno a modo suo, vive sulle spalle di qualcun altro. La trama è una gigantesca allegoria sociale in cui si specchiano due nature all’apparenza contrarie. Simbiosi e parassitismo possono essere visti come due facce opposte ma anche come conseguenza l’uno dell’altra. E proprio l’impossibilità del misero di abitare in un contesto in cui potersi armonizzare con i più abbienti trasforma la relazione in un’equazione totalmente antitetica. Se il vivere insieme o addirittura il convivere si rivela una frontiera irraggiungibile, la simbiosi cessa immediatamente di esistere e si tramuta in una sorta di “convivenza” o coesistenza in cui uno succhia la linfa dell’altro. Spesso a sua insaputa. Il parassitismo umano – a dispetto di quanto la biologia tenda a far supporre – diventa così molto più diffuso di quello che si possa pensare e si concretizza in modelli diversi, adattabile da caso a caso a situazioni diverse. Bong Joon Ho lo racconta con delicatezza e gusto dell’ironia al punto che il film sfugge a una catalogazione precisa. Commedia senza pagliacci. Tragedia senza eroi. Noir senza cattivi. La forza satirica diventa ancora più bruciante in rapporto alla delicata e precaria situazione che viene a crearsi, in cui il parallelismo tra i due gruppi rappresentati si riflette negli ambienti da loro abitati e nell’essere inseriti in una medesima cornice urbana. Una realtà unica per due nuclei opposti. Le immagini mostrano, senza indugiare, le differenze dei due contesti e la violenza dello spirito di sopravvivenza che spinge gli uni a nascondersi tra le pieghe della vita degli altri.

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Il cupo squallore dei miserabili si specchia così nello scintillio luminoso dei ricchi in una distinzione che sembra non ammettere possibili mediazioni in un’equazione in cui entrano incognite “impazzite” come gli indiani evocati dal piccolo rampollo dei più danarosi, in una sorta di incubo del ghetto e mito della frontiera che si riflette nella divisione politica ed economica coreana fra Nord e Sud. E, a correggere la natura dell’opera in una tragicommedia capace di abbozzare una risata anche nell’angoscia, interviene un regista che ha dato ampia prova della propria versatilità. Un esempio non certo unico che ormai rappresenta una tradizione. Il cinema di questo angolo di Oriente ha poco meno di trent’anni – prima del 1989 era ben poca cosa – e in questo tempo ha saputo allevare una generazione di talenti e di autori capaci di coltivare idee e rappresentarle con una maturità tutt’altro che comune. Piccole e grandi perle che attraversano generi di versi, sempre con la raffinata capacità di attrarre e non allontanare. Da Il prigioniero coreano  di Kim Ki Duk, forse il più autorevole cineasta asiatico, a Mademoiselle di Park Chan wook e Burning  di Lee Chang dong, solo per citare i titoli più recenti, il cinema di Seul si è fatto strada largamente anche nei concorsi internazionali dove fa incetta di premi e si presenta come un agguerrito rappresentante. Non è nemmeno un caso se la qualità della Settima Arte in quella remota parte di Asia ha saputo toccare i generi più diversi con grande successo. Parasite si inserisce in questo filone, riassumendo concetti e coloriture simboliche ma chiaramente connotate, grazie anche a cast che poco hanno ormai di sperimentale e, nonostante la giovane età, molto di sperimentato.

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