96409_pplContinua a inventare. Non so che cosa ti riservi il futuro ma vivilo fino in fondo.

 

Gli anni Venti – quelli della Belle Époque, per intenderci – sono lontani un secolo. La malinconia aveva lo stesso sapore di oggi ma non esistevano cellulari e telecamere. Microspie e computer. Decadi in parallelo. Passato e presente che sembrano icone di preistoria e fantascienza, distanti anni luce, più che anni e basta. A Lione “La belle époque” era un locale a metà strada tra ristorante e caffetteria e forse è esistito solo nella fantasia, o perlomeno nella giovinezza, di Victor e Marianne, dopo vari decenni di matrimonio, ormai ai ferri corti. Psicologa lei e disegnatore di fumetti lui. L’innamorata di social, nuovi media e terzo millennio si specchia senza successo in un uomo che detesta il digitale e ama vivere all’antica. Vorrebbe ricreare quello ieri disperso nella memoria che soltanto i suoi schizzi a carboncino sanno ospitare. Nostalgia con il fiato corto dell’ansia. La belle époque di Nicolas Bedos trova questa coppia al bivio. Victor (Daniel Auteuil apprezzato in In nome di mia figliaQuasi nemici)  e Marianne (Fanny Ardant) sono al punto di non ritorno. E lei lo mette alla porta. Proprio la sera dell’ultimo definitivo screzio, il figlio regala al padre un buono per viaggiare nel tempo. Un suo amico propone di realizzare il sogno di rivivere il giorno più bello della vita di papà. Victor non ha dubbi, è il 16 maggio 1974, quando conobbe la donna del suo cuore.

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Detto fatto. Antoine (Guillaume Canet, già protagonista di Mio figlioIl gioco delle coppie), di professione regista, burbero e severo con la passione delle donne, ricostruisce ciò che il tempo ha distrutto e “La belle époque” torna a brillare di luci e sensazioni. Schitarrate e sentimenti. Bicchieri di vino gettati in faccia al bonario lumacone. Anche lui, d’altri tempi. La nuova Marianne è la fidanzata di Antoine e deve far innamorare Victor, ricostruito anche lui in abbigliamento vintage. Il set è in collegamento con la gelosa regia del compagno. Tutto è pilotato. Finto. Tranne i sentimenti di Victor. Cinema e realtà si mescolano. Si attraggono. Si amalgamano. La malinconia resta. Il cuore batte instancabile e la nuova Marianne è bella come quella di 45 anni prima. Cupido lancia la freccia. È di nuovo amore. Ed è di nuovo beffa. Il trucco, quell’affabile trucco, finisce sulla porta del set. La belle époque è una commedia dolce in cui il tempo si stempera e la malinconia lo resuscita. Settimo decennio del Novecento. Ma anche la  finzione creativa, l’alchimia spontanea che adatta tutto. Come se fosse vero. Amore pur sempre, ma stavolta è un gioco. Secondo decennio del terzo millennio. Il viaggiatore fra questi due estremi, il nostalgico Victor, rappresenta sentimento e verità. La vita contro il cinema, che l’esistenza la falsifica. La modifica. La riadatta. E poi, in fondo, è un peccato scoprire che sì… ognuno ha i suoi giorni. Fatti di tutto e di niente. L’attrice che interpreta Marianne, come la vera Marianne. La febbre di Antoine per Margot che deve sedurre Victor e ci riesce. Per sua sfortuna.

Nostalgia riverniciata. Cancellata. Se rinasce “La belle epoque” e i personaggi che vi gravitavano intorno perché mai quella finzione non può trasformarsi in attimi di scintillanti palpiti reali. Anche il posticcio, tutto sommato, fa danni. Regala istanti di felicità e vibrazioni ma toglie la genuinità di battiti accelerati e farfalle nello stomaco. Un telaio complesso di trame e di temi. Analogico contro digitale. Passato contro presente. Fantasia contro realtà. Immaginazione cinematografica contro fatti di vita vera. La Settima Arte all’epoca dei social è anche un interrogarsi sulla gestione di caratteri e il trasognato ritorno alla gioventù fatta di erba e pantaloni a zampa d’elefante odora di naftalina che nemmeno mesi di aria fresca saprebbero sciogliere. Non importa. Le trecce rosse restano quelle degli anni Settanta con la loro poetica armonia di sguardi incantati che sposano gesti aggressivi. Quando a nessuno sarebbe mai venuto in mente di rimproverare il compagno  per il suo essere troppo all’antica. Perché in definitiva il futuro nessuno sapeva che cosa fosse.

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IL RETROSCENA - Guillaume Canet interpreta il ruolo di un regista intollerante e bizzoso, impetuoso e pretenzioso. Insomma, uno che crea attriti ed è perennemente insoddisfatto dei suoi attori e li critica senza pause. Il personaggio ha contorni autobiografici, plasmati sullo stesso Nicolas Bedos, che ha confessato di essersi comportato con quelle stesse caratteristiche nel suo precedente film – Un amore sopra le righe –  in cui i suoi sfoghi lunatici avevano avuto tra le vittime Doria Tillier, presente in entrambi i cast e ne La belle époque veste i panni di Margot. “È stato un modo di chiedere scusa per quelle esagerazioni” ha detto Bedos che, a suo modo, ha affrontato il transfert narcisistico del contrasto tra finzione e realtà che affligge molti registi.

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