08_ViadallAspromonte_di_MimmoCalopresti_nella_foto_MarcelloFonte_ValeriaBruniTedeschi_foto@NazarenoMigliaccioSpina-kdwD-U3060227873913HFD-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443La vita è povera senza colori

Africo, provincia della disperazione. Il paese che non esiste più, una volta era vivo ma era terra di nessuno. Vi abitava l’analfabetismo e la rabbia. Neppure il medico vi risiedeva e l’unico viaggio possibile era quello verso la marina. Perché Africo è arroccata su se stessa, nelle pieghe di un Aspromonte che fa il verso al suo nome. Aspro monte. Non c’era neppure una strada ma c’era già la mafia. C’era la poesia di un ruspante immaginario e le braccia dure di chi non voleva farsi schiacciare né dallo Stato né da don Totò, uno che non esiste anche se appare. Uno che è un simbolo. L’emblema di quello che non vorrebbe. L’idea di un Sud terribilmente ancorato alle prepotenze e all’arroganza di un padrone che non possiede ma esibisce quel poco che gli basta per prevalere. Un minimo di istruzione contro il nulla. Nel 1960, Africo era un paese dove la scuola era una catapecchia cadente, con il mappamondo corroso dall’umidità di un tempo sconosciuto. Luogo senza bussola. L’insegnante arriva dal Nord con i tacchi e un accento che stride. Non conosce l’omertà né il silenzio. Non ha vergogna della verità. È il sasso nello stagno di Africo.

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Aspromonte – La terra degli ultimi di Mimmo Calopresti è un film fatto in famiglia. Tra calabresi per calabresi. Ma soprattutto per il resto di quel mondo al confine tra Sapri e Tropea. Un Sud che è un concetto prima di essere una dimensione geografica. Contrapposto a tutto ciò che Mezzogiorno non è, neppure nella mentalità. Il racconto di un paese che muore è affidato alla voce del Poeta (Marcello Fonte, premiato per Dogman, che di quelle parti è originario) e filtrato tra il dolore della donna che muore di parto perché non ci sono ostetriche né dottori in grado di assisterla. Attraversato dalla speranza di quelli che vogliono costruire una strada verso il mondo, osteggiati da coloro che in quell’acciottolato di sassi vedono la via verso la fuga. Ed esodo sarà. Perché ad Africo non si può vivere, nemmeno guardando da lontano i colori del mare. È una lotta contro tutti, lo Stato che fa orecchie da mercante – che cosa mai sarà cambiato da allora… – alle richieste di un medico condotto, salvo fare la voce grossa per impedire la costruzione di una strada non deliberata dalle istituzioni. Carta bollata contro necessità. Un’arteria che al tempo stesso è canale di comunicazione con l’esterno e sangue. Sangue vero che alimenta il corpo di un paese, diventato oggi il fantasma di se stesso. È conflitto con il finto padrone don Totò (il pugliese Sergio Rubini) e chiarezza  nei panni della maestra Giulia (Valeria Bruni Tedeschi, unica nordista del cast) che non conosce il significato della paura e dell’essere succubi del prepotente di turno.

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Il film del calabrese Calopresti è un idillio. Un inno a un passato che racconta anche un presente fatto di nostalgia. Malinconia. Rabbia. La gente di Africo è costretta ad andarsene, come ancora oggi accade in tanti, troppi centri del meridione dove è impossibile resistere e ostinarsi a rimanere. In quell’ormai lontano 1960, dopo la fuga delle famiglie che avevano caricato i loro poveri averi su un carretto, allontanandosi su quell’abbozzo di strada accennato dalle vanghe dei volonterosi, Africo era stata cancellata da un’alluvione alla quale nessun governo aveva saputo opporre risposta. E tuttora resta là, arroccata in mezzo al nulla, tra le selvaggia contrade verdi di un monte sempre più aspro, simulacro di un passato inquietante dove il piccolo padrino giaceva sepolto accanto al corpo di quella donna che non era riuscita a diventare madre. Il bambino di un tempo, invece, ha fatto fortuna. Vi torna con la giacca e la cravatta, simbolo di un benessere conquistato non più e non soltanto con le urla del misero. Visita di lacrime tra brandelli di muri che nascondono le tracce del tempo e della fanciullezza. Il Poeta si chiede se una fuga da quelle impervie alture possa donare una ritrovata felicità. Essere estirpati dalla propria terra – dalle circostanze se non dagli uomini – può regalare l’appagamento del portafoglio e della sopravvivenza. Il dolore delle origini non si cancella. E Africo, solitario e deserto fantasma, lo ricorda nella sua desolata e addolorata presenza.

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