Unknown-1Il confine tra Alfred Dreyfus e Roman Polanski è una sottile linea rossa che non coincide con le comuni origini ebree. Nemmeno con quel cognome di Monnier che compare nel film e nella vita del capitano, condannato per tradimento e poi riabilitato, che fa eco con una delle accusatrici del regista per presunti reati sessuali risalenti – peraltro – a oltre mezzo secolo fa. E neppure con l’errore giudiziario, accertato in un caso e tutto da stabilire nel secondo. Il denominatore comune sta piuttosto in quel collettivo senso delle emozioni che portò la folla al tripudio per la degradazione dell’ufficiale messo alla berlina. Si era alla fine dell’Ottocento ma i sentimenti antisemiti erano già in fermento anche se le dittature erano largamente di là da venire. E il popolo accolse tra sberleffi e tripudio quell’innocente spogliato della sua reputazione e della stima. L’indice puntato. J’accuse. Tristemente in rima con un «metoo» oggi ampiamente in voga non più sulle origini razziali ma in tema di sessualità. Un cocktail che ha reso tiepida l’accoglienza veneziana per L’ufficiale e la spia, poi premiato al Lido.

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«Le emozioni oggi sono come una palla di neve che si ingrandisce, diventa valanga e sovrasta il senso di verità» ha spiegato Polanski. E la rettitudine è quella che traspare da Marie Georges Picquart (Jean Dujardin), diventato responsabile del controspionaggio ma deciso ad accertare la colpevolezza di Dreyfus, vittima di un errore giudiziario colossale nella Francia dell’epoca. Il militare, seppur poco incline verso gli ebrei, mette in gioco reputazione e carriera per difendere l’onore della verità. «Non condivido le tue idee ma darei la vita per permetterti di esprimerle» sembra che avesse sostenuto Voltaire un secolo prima – mutatis mutandis – perché l’attribuzione è dubbia e a scriverla sarebbe forse stata la scrittrice inglese Evelyn Beatrice Hall, studiosa del filosofo francese più nota con lo pseudonimo di Stephen Tallentyre. Comunque sia o sia stato, l’operazione di Picquart rappresenta il tentativo di ristabilire la verità anche quando viene “invitato” dai generali a seppellire nell’oblio quello scomodo caso. L’irreprensibilità non è merce da mercato e lo svarione viene a galla tra prove e accertamenti. Contro la tresca di Stato di una Terza Repubblica distratta e ingiusta si schiera un intellettuale come Èmile Zola. J’accuse, appunto.

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Lo stesso indice inquisitore che allora fu rivolto contro Dreyfus, oggi con un secolo di ritardo chiama in causa il regista, anch’esso di origini ebree ma accusato di violenza carnale a cinquant’anni di distanza dai fatti. Ogni età e ogni epoca hanno i loro reati, reali o semplicemente ipotizzati. Uno scacco pericoloso nel quale si annida il rischio di errori. Oggi Polanski, messo a dura prova dalla vita – non si dimentichi che dopo la strage di Cielo drive, prima che Manson e la sua “Famiglia” fossero accertati come mandante e responsabili, lui stesso fu sospettato di essere il presunto colpevole, alla luce di un film Rosemary’s baby che aveva caratteri demoniaci – ebbene Polanski oggi è un arzillo ultraottantenne, ansioso di squarciare il velo delle sue imputazioni ma poco convinto di convincere. La causa è proprio quel suddetto senso comune delle emozioni che incolpa e condanna prima ancora di ascoltare la versione degli accusati. E a tutt’oggi, l’autore polacco naturalizzato francese è ancora in attesa di essere sentito. In buona sostanza il volgo condanna e la sorte di Dreyfus, agli albori del Novecento, assomiglia a tanti altri casi più attuali dove la contemporaneità ha corretto solo alcuni dettagli. In questa prospettiva che non è quella di azzardare sente assolutorie o contrarie ma di sottolineare come le facili suggestioni siano fonti di travisamenti,  L’ufficiale e la spia è un ottimo film storico, rigorosamente fedele agli eventi trattati. A sorpresa, però, risulta  superficiale proprio se valutato solo in rapporto alla Storia, esclusivamente in forma di testimonianza o di rievocazione di quanto accadde al capitano francese. Dopo oltre un secolo dal caso Dreyfus, quella dinamica ha una forma di attualità. L’auspicio è che non sia il testamento di Polanski.

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