light-of-my-life-filmPaura di diventare donna in un mondo di soli uomini. Una pandemia di peste ha distrutto la popolazione femminile e l’unica superstite è Rag, undici anni, di cui soltanto il padre può prendersi cura, a causa della  morte della madre in questa sciagura cosmica. Acconciata e vestita come un maschietto per nascondersi dall’angosciata e ossessiva caccia di un’umanità androgina che teme di non potersi riprodurre, la ragazzina vive l’ambiente naturale nella sua selvaggia spontaneità per difendersi dalla malattia che ha distrutto i suoi simili. Boschi e montagne hanno però i loro ritmi e i loro linguaggi, abitarvi significa entrare in contatto con un mondo nuovo e diverso a partire dall’alimentazione, senza dimenticare le difficoltà di relazioni con le altre persone sopravvissute a una strage inattesa. Rag e papà – che non ha nome perché poco importa come si chiami e molto interessa invece la relazione fra  due – si trovano così a combattere per non morire. La loro casa è una tenda e gli alberi diventano rifugi dove trovare riparo dalla violenza di una specie umana che ha paura di non farcela.

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Light of my life di Casey Affleck è il racconto di un duplice rapporto padre-figlia in cui il primo è chiamato ad allevare la bambina, trasmettendole insegnamenti che vanno decisamente al di là della canonica educazione sociale e didattica. Non più e non solo nozioni scolastiche ma una palestra di vita. La ragazzina impara così che cosa significhi nascondersi. Non soltanto celando la propria presenza dietro ripari e paraventi, perché lo stesso corpo può diventare uno scrigno impenetrabile quando viene adattato a celare l’identità sessuale. Evitare di apparire significa resistere. Esserci. Proseguire in un cammino terreno che un presente distopico minaccia di interrompere. A questa vita Rag è attaccata, pur essendo al corrente di quello che è capitato quando lei aveva solo pochi mesi. È consapevole di aver perduto la madre che continua a essere viva nel racconto di quel genitore che non si è mai arreso alla sciagura e alla propria inedita condizione di vedovo prematuro. Così l’impianto tematico del film offre un doppio binario e contrappone da un lato la presenza del padre e dall’altro l’assenza della madre. Il risultato è l’atroce tendenza a evidenziare come chi non ci sia più continui a manifestarsi sotto varie forme. La ricorrenza nelle parole di chi ne tramanda la memoria è il tentativo, tutt’altro che disperato, di perpetuarne ruolo e sentimento. La mamma, insomma, resta e rimane benché filtrata dai racconti di quel padre al quale il regista non ha voluto dare un nome forse proprio perché un nome non importa. Non incide. E nemmeno serve.

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A questa sorta di compresenza fisica e morale si aggiunge il compito di un genitore che si trasforma in maestro a spettro ampio. Totalizzante. Dove l’insegnamento si allarga dall’alfabetismo e la cultura al modo di costruire vie di fuga da trappole impreviste e improvvisate. Un’abitazione diventa un’insidia dall’arrivo notturno di intrusi. Il bosco può riservare sgradite conoscenze. Un apparente amico può rivelarsi un assassino sotto le mentite spoglie del poveraccio. Morti uccidono altri morti in un deserto urbano e naturale dove la peste ha distrutto la pietà e ogni persona è un nemico. È vita. Giungla dell’essere. Sfida di sopravvivenza. Su questo accidentato sentiero il padre diventa una guida materiale oltre che morale. In una parola, l’amore. Senza limiti. Light of my life è la prima regia di Casey Affleck – Oscar come miglior attore per Manchester by the sea e già nel cast di InterstellarOld man and the gun – che lo ha scritto, diretto e recitato. Il film si inscrive nella tradizione dei “disaster movie” con un riferimento diretto a quelle opere dove è messo in primo piano il problema della sopravvivenza. Il pensiero corre a Into the wild  di Sean Penn, anche in questo caso autore della scrittura e della direzione e The road di John Hillcoat tratto dal romanzo di Cormac McCarthy.

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