95989-Alberto_Testone_Il_Peccato_foto_di_Andrea_De_Fusco_3_Non esiste un peccato che io non abbia commesso.

 

Quando Jacopo Sansovino gli chiese che cosa pensasse di lui, Michelangelo rispose, come al solito, senza peli sulla lingua. “Hai poco talento, sei ordinario”. Era fatto così. Focoso e iracondo. Ma geniale. E per questo, amici e nemici ne hanno sempre accettato gli azzardi e le sfide. A suo modo, aveva anche un lato debole il Buonarroti. Raramente soddisfatto delle sue opere e perennemente alla ricerca di un perfezionismo ulteriore. Ogni capolavoro, insomma, poteva essere migliore. E, dopo aver affrescato la volta della cappella Sistina, tentò di impedirne la visita al Papa e agli inquisitori perché non si era ritenuto appagato. Doveva correggere. Aggiungere. Modificare. In buona sostanza, un gioiello dell’arte mondiale di ogni tempo non era ancora perfetto. L’artista e l’uomo. Versanti diversi con caratteristiche comuni. Cercare sempre di compiere quel passo in più per arrivare a un traguardo di maggior prestigio. Questa era la ragione di tanti, tantissimi ritardi che facevano innervosire i committenti. Michelangelo era preso tra due fuochi. O meglio, due famiglie in perenne odio e contrasto tra loro. I Della Rovere e i Medici, ovvero i due casati che avevano insediato sul trono di Pietro un loro rappresentante, rispettivamente Giulio II e Leone X. Il Genio “serviva” due padroni.

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Il peccato – Il furore di Michelangelo di Andrei Konchalovsky – che torna al cinema dopo Paradise – indaga il lato umano più che artistico. Riferimenti alla sua immensa opera ce ne sono e molteplici ma restano sempre sullo sfondo perché non c’era bisogno di un film che celebrasse le virtù scultoree e pittoriche di un personaggio che tutto il mondo conosce per i capolavori che ha regalato nella sua lunga vita. Così il regista russo ha preferito concentrarsi sul carattere e sul lavoro del suo protagonista mostrandone le attenzioni perfino in fase di scelta del marmo da lavorare. Addentrandosi sulla gestione del denaro che gli veniva versato come anticipo delle commesse. E scandagliando anche le relazioni familiari, con annesso accenno – peraltro molto discreto e defilato – sulla presunta omosessualità dello scultore. O infine la capacità filantropica nel soccorrere i più bisognosi. Il film è lontanissimo dall’essere una biografia perché al centro delle vicende ci sono gli anni del papato di Leone X e l’eco del suo predecessore. Nessun accenno ai successori – Clemente VII e Paolo III, un altro Medici e un Farnese – che pure ebbero grande parte e intensi rapporti con il Buonarroti. Paolo III, in particolare, fu il vero committente del “Giudizio universale” voluto da Clemente che tuttavia non fece in tempo a intravvedere nemmeno l’inizio dei lavori a causa della sua morte.

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Konchalovsky confeziona un’opera di valore mostrando anche l’entourage artistico di quello scorcio rinascimentale che donò all’Italia alcuni tra i suoi geni universali. Accanto al citato Sansovino, compare Raffaello, morto a soli 37 anni, ma è il mondo politico a svolgere una parte importante perché consente di mettere in luce le difficoltà in cui dovette imbattersi il Genio, considerando che egli si trovava in una posizione di rispetto e privilegio perché nessuno era capace di rinunciare all’opera di un artista unico, pur a dispetto dei suoi molti difetti. “Preferisco non sentire e non vedere, il silenzio è mio amico” disse un giorno Michelangelo davanti all’affollamento di problemi e controparti che reclamavano la precedenza nel compimento dei propri ordini. E se i Della Rovere premevano per il monumento funebre di Giulio II mentre i Medici li privavano dei loro possedimenti, questi ultimi insistevano per le statue che avrebbero dovuto adornare la facciata della chiesa di San Lorenzo, voluta dal Papa in onore del padre. Il Magnifico. Il biopic mancato ci restituisce però lo spessore sociale di un periodo indagato nei dettagli, con il merito di essere uscito dal rischio di cadere in una retorica agiografica di cui le cineteche sono piene. E se Il peccato costituisce una nuova dimostrazione di quanto il cinema sia attento all’arte scultorea e pittorica, infoltendo i propri scaffali di nuovi titoli su autori antichi, moderni e contemporanei – Leonardo e ora Michelangelo gli ultimi esempi – resta il rammarico per lo scivolone del regista russo, forse non completamente padrone della materia trattata. Le volte della Sistina vengono infatti visitate dagli inquisitori di Leone X, ma al tempo di questo pontefice il lavoro – commissionato a Michelangelo da Giulio II – era già finito. In sostanza, uno scambio di papi. Come dire… peccato.

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