The-Good-Liar-–-Let-The-Game-BeginÈ singolare fare cose che non avresti mai immaginato.

Lili aveva imparato l’inglese ma era stata violentata. L’istruttore, di cui la ragazzina era innamorata, l’aveva aggredita. Flemmatico. Dopo aver baciato la sorella maggiore. Incastri seppelliti dal tempo. Lili e Hans non sono più gli stessi. Non si chiamano neppure più nello stesso modo. Londra ha preso il posto di Berlino. La regina ha “sostituito” Hitler. Immaginazioni. Fantasie di un passato che evoca fantasmi. Dove nulla è come sembra e l’apparenza che non inganna è una trappola. Stralci di vita in digitale dove è permesso creare alter ego a se stessi. Modificare fisionomie. Trovare mille battesimi. “Non sono Estelle, naturalmente. My name is Betty” ma da piccola era Lili. Storie di guerra e d’amore. Elisabeth (Helen Mirren) è ormai anziana e vedova quando incontra Roy, che non si chiama Roy e da ragazzo aveva rubato le generalità a un amico. Trucchi tra le pieghe del nazionalsocialismo. Quando Betty incontra Roy di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Lei è vedova. Lui pure. Forse. Lui raggira le vecchiette, lei è una preda perfetta. L’apparato è articolato. I profili falsi dei social – anche oltre il muro ottuagenario – lasciano il posto a telecomandi bancari per bonifici a distanza. Le reti si abbassano e i pesci abboccano. Sorpresa. Squali e tonni giocano a pinna di ferro in una sfida in cui la voracità è il piatto preferito. Ma il pronostico è tutt’altro che scontato.

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L’inganno perfetto di Bill Condon – padre della saga tv di Twilight e Il Quinto potere sul caso Assange e Wikileaks – è un film che mescola intrecci diversi e narra le molteplici vite di due sole persone. Il percorso è a ritroso, si parte dalla terza età per raccontare l’adolescenza. Il tempo viene insomma decostruito. Disarticolato. Un cammino al contrario che inquadra l’anzianità in modo disincantato e ingenuo – entrambi gli interpreti appaiono come sconsolati connetti alle prese con i postumi della vedovanza per poi passare a mostrare il vero volto. Betty non è astemia come dichiarato sui social dove incontra Roy e nemmeno è l’inconsolabile moglie di un marito modello. Resta però una signora nella stessa misura in cui il suo nuovo amico, apparentemente un galantuomo, tutto è tranne che ciò in cui si propone. La conoscenza si approfondisce sul filo dei ricordi, gli unici che restano a rendere più lieve il passo nell’anzianità. Anche questi tuttavia finiscono nel tritatutto del sembrare che è ben diverso dall’essere. Così Roy e Betty cominciano a camminare sui binari di un parallelismo perfetto quanto il loro reciproco inganno. L’uno è un truffatore professionista che ha individuato l’ennesima gallina da spennare grazie a complicità ramificate, l’altra non è la squallida sprovveduta.

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Un reticolo di bugie mantengono salda la coesione di un intreccio che si regge su un’asserzione tanto strana quanto assurda. O forse, verosimile. La menzogna altro non è se non una verità al contrario. Sia come sia, il film esplora nuove strade. Narra, spiega e approfondisce ma sempre a singhiozzo e nella direzione del gambero. Le apparenze sono una vetrina che nasconde una sofferenza di molti anni prima. Il nipote di Betty non è il nipote di Betty. Il nero – che sembra un malintenzionato – in realtà ha intenzioni nobilissime. E Roy è lo squalo che si rivela un tonno dopo essere stato in gioventù il tonno che si è trasformato in squalo. Insomma, L’inganno perfetto è un affascinante gioco delle parti che avrebbe fatto la felicità e la follia di un Pirandello che in tempi – e secoli – non sospetti, aveva predicato le infinite maschere di ogni uomo e le finzioni ambigue dei rapporti umani. Non finirà ingannato lo spettatore, al quale verrà rivelata con lo srotolarsi delle sequenze la vera storia di Roy e Betty. Ma si chiamavano davvero così… Le sorprese non finiscono nemmeno quando tutto sembra – attenzione alla scelta dei vocaboli – ormai acquisito. Se il presente è malato di falsità, il passato che lo ha generato deve forzatamente reggersi su equilibri instabili di rapporti di forza impari e diversi. Se l’odio, che è una forma patologica di amore, si trasforma in vendetta vuol dire che il ricordo delle sofferenze è tuttora vivo e minaccioso. Se la fiducia si incrina nel momento stesso in cui appare incondizionatamente concessa significa che alla base sta il dubbio. E talvolta la certezza che non tutto sia come effettivamente appaia. Il retroterra è nascosto nella Storia. Nel secolo breve e nei suoi totalitarismi. Nella Germania nazista dove poco o nulla era lecito e, come una scheggia impazzita, collega quell’era di tecnologia in embrione con l’attuale fabbrica di un’immagine perennemente iconica e costruita in laboratorio. Dopo un primo delitto. Fiducia e credibilità sono state trovate morte sotto un mouse.

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