It-must-Be-Heaven-2Elia Suleiman è un ebreo palestinese, un concetto che – a dirla così – sembrerebbe il litigio di una terminologia bizzarra. Eppure. Elia Suleiman è anche il regista de Il paradiso probabilmente, un film difficilmente sintetizzabile perché una trama vera e propria non ce l’ha. Non solo. Di dialoghi, solo l’ombra. Insomma, soltanto situazioni che attraversano città e continenti, ritraggono frammenti di quotidianità normale. Tanto semplici da apparire complementari e quasi inutili ma in realtà fanno parte della vita più degli eventi memorabili che sono davvero pochi. Ebbene Suleiman, con questa carrellata di ordinarietà vuol raccontare un ritorno. Una nostalgia. Un incontro. Il paradiso probabilmente è di fatto un collage di emozioni che portano il protagonista ES, cioè lui, a ritrovare sapori, odori, suggestioni del suo Paese in ogni angolo del mondo. In buona sostanza Suleiman si avvicina a casa ritrovando, nelle metropoli europee e non solo, situazioni che gli ricordano la sua terra. Cronaca di una paura che prende piede e trova cittadinanza ovunque, con un terrorismo che si insinua nelle viscere dell’Occidente con la subliminale ambiguità dell’agguato. Una sensazione purtroppo diffusa in Palestina, terra di scontro e di rivalità. Dove le bombe uccidono davvero. Le parole servono a poco. I rifugi non sempre esistono. E le contraddizioni si sposano con la geografia.

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Sul filo grottesco di un’immaginazione e di un’evocazione che spesso sfiora la banalità, Suleiman propone situazioni consuete. Quelle che sfuggono. Non si notano. E si tende a dimenticare. Eppure rappresentano l’intimità dei giorni. L’aspetto più spontaneo dell’essere. Quello che potrebbe esistere al di qua e al di là dell’oceano e che idealmente collega Parigi a New York per arrivare in quella terra martoriata che mai ha trovato pace. Un traguardo ancora più difficile e complicato per chi ne è figlio, pur essendo ebreo. Il paradiso probabilmente insegue questo punto d’arrivo articolandolo attraverso un linguaggio cinematografico che si serve delle coreografie per legare tra loro concetti. E soprattutto l’intenzione di confermare un abusato proverbio. “Tutto il mondo è paese”. Una bestemmia in termini che in Suleiman trova un ancoraggio nell’attualità perché la paura e la precarietà dell’oggi in Palestina vengono descritti e interpretati come se fossero lo stesso in tutte quelle città che apparentemente sembrano essere immuni dal terrore e dall’angoscia. Un film che va visto con l’occhio disincantato di chi non cerca una trama in cui riconoscere temi, messaggi e significati ma denuncia gli aspetti comuni che uniscono, nell’angoscia e nella paura, il mondo di questo terzo millennio attraverso “quadri” tutti da vedere e poco da interpretare. Probabilmente, un paradiso cercato a tutte le latitudini nello stesso modo e, inevitabilmente, a tutte le latitudini, ugualmente irraggiungibile.

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