dio-è-donna-e-si-chiama-petrunya-recensione-1Macedonia profonda. Scampoli di religiosità accolgono il nuovo anno e, come da ortodossa tradizione, un ministro del culto getta nel fiume una croce che uno dei fedeli dovrà raccogliere, buttandosi in acqua. È un segno di prosperità e buon auspicio ma la sorpresa è in agguato. A prendere il crocefisso è una donna. Lo scandalo è immediato perché la “competizione” è riservata agli uomini ma Petrunya non lo sa. Il suo gesto, innocente salvagente di una ragazza disoccupata in cerca di impiego nel disinteresse e nella corruzione generale, precipita nello sconforto e nelle liti l’intera comunità. La ragazza finisce al centro di un’inchiesta in cui è allo stesso tempo vittima e responsabile in un confronto permanente con le autorità religiose e civili. Le aggressioni vengono contenute a fatica fino a un chiarimento destinato a non pacificare le parti. Dio è donna e si chiama Petrunya di Teona Mitevska narra un caso realmente accaduto a Stip nel 2014 durante la cerimonia che si ripete ogni 19 gennaio. Film rivelazione del Festival di Berlino 2019 l’opera è di quelle che lasciano il segno e aprono dibattiti.

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Il primo spunto di discussione riguarda l’ipotizzato tono femminista, tuttavia sintetizzare a questo tema l’intero contenuto appare riduttivo. Petrunya è l’emblema di una diversità basata sulla discriminazione sessuale che scatena i conflitti nel paese e pone l’interrogativo dell’uguaglianza degli esseri umani di fronte a Dio. Non emerge una convincente ragione in base alla quale una donna debba essere esclusa da questa prova sacra, come non esiste un motivo che privi della prosperità chi raccolga una croce pur essendo donna. Presto però questo primo piano si smorza, laicizzandosi. L’inquadratura della ragazza con la croce sul seno inizia il processo di depauperamento che porta a spogliare il simbolo sacro dalla sua valenza religiosa. Con il succedersi dei fotogrammi il crocefisso diventa progressivamente un trofeo. La ricompensa consegnata al vincitore di una competizione a sfondo sacro. E affiora più nitidamente la discriminazione sociale, basata stavolta sulla differenza tra i sessi. La componente patriarcale prevale, restituendo alla comunità una connotazione tipica di società quasi primitive. Nel terzo millennio insomma – almeno in Macedonia – la parità appare ancora lontana per giunta su un terreno in cui essa non dovrebbe essere messa in discussione.

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Per certi versi sembra di tornare alla donna-Eva, madre degli uomini ma soprattutto prima peccatrice dell’Eden, per sua colpa perduto. Ma quando il film sterza su un binario più schiettamente laico che sfiora quasi il profano, non può non balzare all’occhio il confronto fra Stato e Chiesa, il dibattersi tra due anime che governano la civiltà dal punto di vista fideistico e da quello più specificamente disancorato da radici di culto. La matrice ortodossa resta sullo sfondo, pur essendo inquadrata in maniera inequivocabile. Non è quello che, a questo proposito, interessa. Sono piuttosto le due unità a tenere banco senza che l’una sappia districarsi meglio dell’altra in questo rebus dove Petrunya è al centro dell’attenzione, trascinata verso una decisione utile a tutti, solo nel tentativo di sedare gli animi esagitati. I maschi defraudati delle loro prerogative, eco di una tendenza che sta facendosi strada nella nuova antropologia di questo primo scorcio di XXI secolo, si riflettono davanti all’incapacità – religiosa e governativa per una volta coincidenti – di tenere a bada gli istinti primordiali dell’uomo, inteso come soggetto alfa di un branco ancora tutto da connotare. Se le individualità hanno comunque il loro profilo, appare invece totalmente indistinta la massa di pseudo animali ai quali viene lanciata un’esca perché qualcuno la riporti al proprietario. Il crocifisso diventa dunque un oggetto. Puro e semplice. Svuotato di ciò che rappresenta come valore di fede. A quel punto la rinuncia di Petrunya diventa un gesto ordinario. L’epilogo di un gioco che rischiava di farsi pericoloso. Non vince nessuno, in buona sostanza. Ma poco importa. Dalla religione alla superstizione il passo è fin troppo breve ma compierlo consiste nella resa dell’uomo. Come genere umano. Stavolta.

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