4922358_2217_pinocchio_di_matteo_garroneC’era una volta Pinocchio. E oggi c’è ancora. Favola intramontabile che non riesce a smettere di esercitare il suo fascino, l’opera di Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Collodi, ha solleticato stavolta la mancanza di vena creativa di Matteo Garrone, uno dei migliori – se non il migliore regista italiano attuale in assoluto – che paga l’unico difetto nella mancanza di fantasia, spingendolo a occuparsi di casi di cronaca o di grandi classici. Pinocchio riappare dunque dopo l’esperienza “made in Benigni” del 2002, una versione che deluse pubblico e critica con il regista nei panni del burattino, ora presente nel cast nelle vesti di un mastro Geppetto che sembra confezionato su misura per il comico toscano a suo agio in entrambi i ruoli. Stavolta i panni del pupazzo di legno che diventa bambino è affidato a Federico Ielapi, dieci anni e una carriera cinematografica avviatissima. Prima di Pinocchio il pubblico lo aveva apprezzato in Quo vado di Checco Zalone, I moschettieri del re di Giovanni Veronesi e, sul piccolo schermo, nel ciclo di Don Matteo.

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La fata Turchina, appannaggio di Nicoletta Braschi nel 2002, è affidata a Marine Vacth, giovane e disinibita attrice valorizzata da François Ozon in Giovane e bellaDoppio amore dove appare senza veli e ora appare invecchiata con i capelli grigio cenere ma castigatissima come si conviene al personaggio di Collodi. Il cast, arricchito da nomi celebri come Gigi Proietti (Mangiafuoco), Paolo Graziosi (Mastro Ciliegia) vanta – si fa per dire – la partecipazione di Massimo Ceccherini, che del film è anche sceneggiatore,  nel ruolo di una volpe goffa e macchiettista cui si aggiunge Rocco Papaleo (il Gatto) davvero pietoso nel fare il controcanto al suo indegno compare. Peccato perché l’attore, ottimo caratterista, potrebbe ambire a qualcosa di meglio. Partecipazioni artistiche che non lasciano certo il segno in un film, ormai scontato visto che il cinema ha già celebrato il personaggio e, negli anni Settanta, la versione di Luigi Comencini con Nino Manfredi Mastro Geppetto era diventata uno sceneggiato, trasmesso sul primo canale in sei puntate tra aprile e maggio 1972. Il Pinocchio di Garrone è l’ultimo atto di una lunga tradizione che ha avuto declinazioni anche in altre arti e divagazioni cinematografiche come la versione OcchioPinocchio di Francesco Nuti, travagliata nella gestazione, tutt’altro che diretta al pubblico dei minori, flop assoluto al botteghino con un investimento che superò i 20 miliardi, incassandone solo quattro.

Cinema: il Pinocchio illustrato e dark di Garrone

Sembra insomma che la creazione letteraria di Collodi non porti granché fortuna. Benigni, all’epoca candidato a rappresentare l’Italia agli Oscar, non riuscì nemmeno a entrare in nomination e ora Garrone confeziona un film decisamente bello nelle immagini ma decisamente stucchevole, prolisso e alla lunga anche un po’ noioso nelle sue due ore piene di una favola fin troppo nota, dalla quale il regista non si discosta in alcun punto. Nulla di nuovo, sembrerebbe di poter dire ma sarebbe forse fuori luogo attendersi qualcosa di inedito da un classico universale che tutti conoscono. E allora, al di là della seduzione fiabesca, verrebbe da domandarsi che necessità ci sia nel proporre una nuova e scontata stesura della favola. L’interrogativo è forse retorico, già spiegato in quella vena creativa di cui Garrone è perennemente a corto nonostante le indubbie capacità tecniche e realizzative. Pinocchio non emoziona e in più di un punto risulta ripetitivo e talvolta interminabile. I bambini che lo vedranno, accompagnati da mamma e papà, assisteranno a una favola che oggi – in tempo di eroi e supereroi, giochi elettronici e cellulari – sembra fuori tempo pur mantenendo un afflato poetico che il film derubrica attraverso il discutibile trattamento verso gli animali presenti nell’opera. Nessun maltrattamento, sia chiaro ma tutti diventano simboli di qualità deteriori al punto che disfarsene diventa quasi una necessità. Accade all’asinello in cui il protagonista viene trasformato ed è poi gettato in mare con una pietra al collo perché affoghi. Si ripete con l’addizione gatto più volpe uguale truffatori. Il grillo parlante viene deriso e non ha forza di convincimento. La scimmia giudice addirittura trasmette un’interpretazione discutibile della giustizia attuale. “Gli innocenti stanno in galera” e l’applauso al burattino scatta solo quando elenca le sue malefatte. Elogio di un’indisciplina, figlia di questo tempo.

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