sorry-we-missed-youNewcastle e dintorni. Paraggi sospirati e infiniti che non hanno confini nemmeno con la Brexit. L’ambientazione quindi, pur realistica, è totalmente allargata perché purtroppo la precarietà del lavoro è ormai dato acquisito un po’ ovunque. Newcastle, si diceva. Ricky e la moglie Abby devono far fronte ai debiti causati dalla crisi del 2008. Le forze ci sono, l’impiego latita. L’uomo vede uno spiraglio in un impresa di consegna in franchise dei pacchi da recapitare dietro le ordinazioni sul web. Sulle prime sembra la soluzione ottimale a molti problemi, in fin dei conti Ricky sarebbe il principale di se stesso, potrebbe organizzarsi orari a piacimento e lavorare amministrando il suo tempo. Invaghito dell’idea, vende la macchina di Abby, che invece fa la badante, e con il ricavato compra un furgoncino. Ebbene, tutto sbagliato. Quella posto è una truffa. Non ci sono tutele per rischi e infortuni. L’orario è un’opinione. La strada sembra non finire mai. E non esiste nemmeno un intervallo per una pausa fisiologica. Chiamiamola pure schiavitù. La situazione precipita e Ricky si rende conto che il suo sogno è una chimera. La casa che voleva acquistare con il mutuo resta lontana e la famiglia subisce i rovesci che il lavoro, ossessionante e malpagato, riserva al trasportatore freelance. In fondo al tunnel, insomma, non c’è più luce.

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Sorry, we missed you è un titolo che non ha nulla di affettuosamente nostalgico ma, piuttosto, è drammatico nella sua aridità. E ripropone la frase scritta sul biglietto, lasciato dal corriere quando non trova il destinatario. Ken Loach, regista impegnato e politicamente radicato a sinistra, che non ha mai fatto mistero delle proprie convinzioni, porta in primo piano un’altra delle tante realtà drammatiche, quella della disoccupazione digitale, destinata a portare l’uomo verso un’esistenza fatta di lavoretti a tempo perso – la famigerata gig economy – dalle disastrose conseguenze. E, a questo punto, poco importa a quale matrice politica si appartenga, perché il disastro è sotto gli occhi di tutti. Dopo Daniel Blake, vittima di una società che non permetteva l’armonizzarsi tra il lavoro e le cure mediche necessarie a un cardiopatico, Loach presenta un altro prototipo di sconfitti 2.0. L’operaio licenziato Ricky, costretto a riciclarsi in un mestiere che delude le aspettative e si dimostra disumano, assomiglia a tanti che – indipendentemente dalle mansioni – sono stati travolti dalla crisi e trasportati nel girone dantesco dei disoccupati senza prospettive di reintegro. Un dramma che inevitabilmente si ripercuote sulla famiglia del protagonista e qui l’autore britannico si dimostra abilissimo a sottolineare tutte le sfumature della società.

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Alle anziane e donne benevole che offrono un piccolo aiuto a Abby in difficoltà, si contrappongono le intemperanze e i vandalismi del figlio maggiore Seb. Allo scontro calcistico tra Ricky, tifoso dello United e un cliente legato al Newcastle si contrappone la rabbia del ragazzo escluso da un futuro artistico per mancanza di talento. In buona sostanza nulla di cinematografico, propriamente inteso, se non la vita. E in questa chiave, in Sorry, we missed you come in Io, Daniel Blake Ken Loach si dimostra un documentarista di lusso andando a sondare e toccare i tasti più dolenti di un’attualità che ha cittadinanza inglese solo perché Loach parla di casa sua. Tuttavia in tempi di globalizzazione tutto il mondo è paese anche nelle disgrazie. In questo senso la cornice dell’industriale Newcastle è una delle tante proposte possibili e non è molto diverso in altre città, non solo inglesi. Il discorso, inevitabilmente, si allarga. Le frontiere si frantumano, alla faccia della Brexit, e resta un mondo di schiavi in un mercato con regole implacabili che calpesta dignità e sogni a tutte le età. Dagli esodati ai disoccupati post laurea. Dai pensionati a quel segmento di persone, vicine al vitalizio ma impossibilitate a raggiungerlo. Sorry, we missed you strizza l’occhio a tutti, nuovi e vecchi schiavi, sacrificati sull’altare di un lavoro inquinato dalla manodopera straniera per pochi spiccioli all’ora o forse al giorno. Loach non vola di fantasia e ne dà atto. Tra i titoli di coda compare un ringraziamento insolito, rivolto stavolta a tutti gli autotrasportatori “autonomi” che hanno permesso la costruzione della sceneggiatura grazie alle loro testimonianze di una vita sulla strada.

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